martedì 24 dicembre 2013

A CASA MIA NON E' NATALE SE.. (REMIX)

Questo post l'ho pubblicato per Natale dell'anno scorso, anche per quest'anno valgono le stesse considerazioni pertanto ecco la mia tavola per la cena del 25.  Auguri a tutti!
Dunque dicevo che a casa mia non è Natale se sulla tavola imbandita per la cena non ci sono nell’ordine:
  • l’insalata russa, la soviet salad come la chiamiamo in famiglia, colei che rende dignità alle carote e alle patate lesse, grazie all’oscena sensualità di una maionese ben fatta. E non sottovalutate la capacità liberatoria di frustare la maionese, quale spurgo da stress prefestività..
  •  i tortellini in brodo, che ormai per il secondo  terzo anno consecutivo (versione aggiornata al 2013) son diventati dei cappelletti all’uso di Romagna (7° ricetta nel libro dell’Artusi) in brodo di cappone, perché come raccomanda il gastronomo “questa minestra per rendersi più grata al gusto richiede il brodo di cappone, quel rimminchionito animale che per sua bontà si offre nella solennità di Natale in olocausto agli uomini”. E non fissatevi sulla fatica di realizzare cappelletti grandi come una mentina o poco più: le dimensioni sono decisive per il risultato finale. Ma c’è di più, e quel di più è per colpa del buon Paolo Teverini. Avete presente quel bel grasso che affiora dal brodo di cappone? Ok toglietelo e mantecateci i cappelletti cotti al dente nel brodo, che poi servirete a parte in tazza. E io l’ho fatto, l’ho fatto per due volte.. Teverini non t’avessi mai incontrato! La ricetta è complessa e un tantino opulenta, ma è perfetta nel suo insieme, e una ricetta perfetta non si cambia. Tenetelo a mente.
  • i piselli surgelati cotti con la "carne secca" (rigatino): da sempre ci son stati nei Natali di cui conservo memoria e mia nonna  si raccomandava  che fossero i pisellini primavera, non quei piselli novelli cicciuti, a detta di lei troppo dolci.. e a questo proposito care amiche converrete con me che questo è l’unico caso in cui son da preferire i pisellini fini..
  • le confezioni di polistirolo con i datteri allineati e la forchettina di plastica bianca a forma di ballerina. Quando mi son recata per studio in Tunisia per apprendere le tecniche irrigue in condizioni di aridità, ho cercato disperatamente le signorine/ballerine con la gonna in paglia, ma ho trovato solo uomini in jeans che giravano per le piantagioni di datteri col motorino. Babbo Natale non è il solo che non esiste..

martedì 17 dicembre 2013

REGALARE UN VINO

-Amore ho un regalo per te
Mi piacciono i regali con quella forma lì, la forma di una bottiglia, impachettati nella busta di carta e mi piace quando la busta pesa un po’ di più del solito: vetro spesso uguale bottiglia importante..generalmente
-Caspita speravo bene, ma non così bene!- lui che si intende di champagne più o meno quanto io mi capisco di meccanica quantistica, tra tutte le maison, suona alla porta dei fratelli Chiquet e se ne esce con Jacquesson cuvée 736. Roba da non crederci. Sono senza parole. Credo vi sia stato un intervento della Divina Provvidenza, altrimenti non mi spiego..

-Che c’è amore non ti piace il Jackson?
-Come scusa?- Cerco di soffocare la risata che mi nasce nella pancia al pensiero che Jacquesson con Jackson c’entra quanto il culo con le quarant’ore (espressione dialettale toscana che sta ad indicare: non c’entra un tubo), ma non mi pare carino scoppiare a ridere, mi limito quindi a scandire
-J a c q u e s s o n, amore si dice Jacquesson e non è una semplice questione di accento.


Cuvée 736 è la mia prima volta! e mi lascia di stucco, come solo lontanamente potevo immaginare.
Nella controetichetta ci sono molte informazioni sul contenuto della bottiglia, vivaddio, i frères Chiquet si meritano l’applauso. Non mi dilungo sulla pallosa descrizione del vino, non se ne può più del frutto che si allunga sostenuto dalla mineralità e bla bla.. Mi viene in mente solo una parola: ricco, e ognuno ci legga ciò che vuole.

Mi voglio semmai soffermare su un altro aspetto: regalare un vino.
Sono sempre più convinta del fatto che regalare un vino sia una cosa ardita. Non è come regalare un capo di abbigliamento o un gioiello, che si acquistano con la clausola “tenga lo scontrino se dovesse cambiarlo..” e nessuno si scandalizza se il giorno dopo vai a cambiare la camicetta fucsia con una celeste o ti rechi dall’orefice per far cambiare il cinturino all’orologio..Del resto ognuno ha i suoi gusti.
Ma un vino non si cambia, hai voglia a tenere lo scontrino. E non è solo colpa dell’enotecario, il quale col cavolo che si riprende la bottiglia che hai ricevuto in regalo per cambiartela con un'altra di tuo gradimento. Come dargli torto,  lui mica sa dove lo hai messo quel vino prima di riportarglielo, magari lo hai tenuto nella macchina parcheggiata al sole con i 40 gradi agostani, per non dimenticarti di andarlo a cambiare alla prima occasione disponibile.
Perché se anche vi fosse un enotecario che ti conosce ed è disposto a barattare il tuo regalo con un’altra etichetta, il vino resta comunque un regalo che non si cambia. Come non si cambia un libro, anche se te ne hanno regalato uno di Fabio Volo, così come non si cambia un cd musicale. È una cosa troppo sgradevole, quasi un’offesa, è come dire alla persona in questione, che ti ha fatto quel regalo, che legge libri spazzatura e che ascolta una musica dimmerda. E come se non bastasse beve pure da schifo..
Se si decide impavidamente di regalare un vino è bene tenere a mente che, mai come in questo caso, il prezzo non sempre è indice di gran prodotto: a volte paghi fior di eurini non per il contenuto alcolico ma per quanto vuole essere fico il produttore. Insomma non basta scegliere la confezione astucciata per essere sicuri di far bella figura.  Anche i vini Giordano ti arrivano a casa nella cassetta di legno.
È pur vero però che se si decide di regalare una bottiglia, ci si può indirizzare su alcune categorie di vini in cui il margine di errore si riduce notevolmente; lo champagne appartiene certamente a una di queste. Se poi si decide di regalarlo a una donna, accertiamoci prima che non appartenga alla categoria di quelle born in the Mesozoico per cui “no il bianco non mi piace, mi fa venire il mal di testa”, o peggio “non mi piace lo champagne perché è amaro”. Soprassediamo, e in tutta tranquillità regaliamole un bel gioiello della più infima bigiotteria plastificata.

giovedì 14 novembre 2013

AL RISTORANTE TUTTO FA BROADWAY

La notizia è della settimana scorsa, quella relativa a due noti ristoranti parigini très chic la cui politica è quella di mettere in mostra vicino alle vetrine i clienti belli, e di relegare a angoli appartati e poco in vista i clienti brutti.
Così riferiscono alcuni camerieri impiegati nei locali stessi.
Al di là delle questioni logistiche del tipo come fai a sapere se il cliente che prenota è bello o brutto se non lo conosci, c’è la spinosa questione etica: che stabilisce chi sia bello o brutto, e in base a quali canoni?
Secondo il racconto di una delle cameriere il proprietario si esprimeva con espressioni del tipo: “che ci fa quel ciccione in mezzo al ristorante, mi fa scappare tutti i clienti”.
Pertanto anche al ristorante si applicano i canoni estetici medi televisivi ovvero visi stirati e abbrustoliti da solarium ad alta pressione, donne dalla magrezza più emaciata che fashion, tutte spigoli più morti che vivi, la cui unica morbidezza sta nelle labbra al silicone: ma che roba mangiano persone così? È un’insalata scondita che il ristoratore vuole vendere? Ai fini pubblicitari non sarebbero più efficaci donne botero che in vetrina si scofanano due fette di patè de campagne con pane e burro bretone?
Questa è la celebrazione di un tipo di marketing in cui la pubblicità al locale non la fa il cibo, ma il cliente, non con il tanto agognato passaparola ma con il passa di qui, guarda quanto sono bello in vetrina e fermati.  Logica chiaramente inapplicabile per quei locali le cui sale si affacciano su corti interne e quant’altro. Se fossi il gestore di una delle buche fiorentine potrei suicidarmi..
I clienti diventano ignari attori protagonisti di una pubblicità occulta (ma neanche tanto occulta), che recitano in pubblico pezzi di vita vera e privata, condividono momenti intimi come lo stare a tavola e mangiare, in vetrine palcoscenico di indigeribili realityrestaurant.
Della seria cosa non si farebbe per metter su due coperti in più..

E io non posso fare a meno di pensare che al ristorante non tutto fa brodo, ma molto fa Broadway 

sabato 9 novembre 2013

VINI AMICI: ADDIO SOLITE SCUSE


Infame.
Essere immondo
Gabibbo impedito
-Ehi ti vuoi calmare?
-Calmare un corno! Tanto per restare in tema..
Ci siamo, cuore infranto.
Nel mio passato di ragazza tonda, più simile all’orso Yoghi che alla fata turchina, ho collezionato un bel numero di fregature. Le scuse erano talvolta dei veri capolavori di idiozia. Ora ci rido. Ma quella dell’Aurora ha dell’incredibile. Alla sua (di lei) domanda: cosa ci facevi con quella panterona cotonata già maggiorenne negli anni Ottanta?
Lui con l’aria seriosa di chi vuol convincere prima se stesso di lei le ha dato la seguente risposta:
-una chiacchierata. Mi ha dato delle grandi soddisfazioni mentali..
mi prende un colpo di tosse, senti questo che genio
-E tu cosa gli hai risposto a Einstein?
-Gli ho dato la formula per andare affangiro con moto accelerato. Avrà di che elucubrare..visto che cerca soddisfazioni
-E poi?
-E poi è partita la terapia d’urto: rum e cola e nicotina
-Ma che sei scema? Vuoi dimenticare o perforarti lo stomaco con quella schifezza?

Tiro fuori la mia cura dal frigorifero: è un trebbiano d’abruzzo di Masciarelli, è del 2010, ma tutt’altro che pensionabile. Direi che è il vino perfetto, primo perché in frigo c’ho solo questo, secondo perché la bottiglia costa poco più di 5 eurini. Adoro questi vini con investimento a basso rischio, nel senso che, male che vada, c’hai speso poco. Masciarelli invece è l’affare sicuro, i frutti son tangibili (agrume e pesca!), il godimento è immediato, con finale in crescendo. Alto gradimento per l’allungarsi in persistenza. Tutte caratteristiche che per lo più sfuggono al maschio medio italico..
In alto i calici in onore ai vini amici, vale a dire quelli che ti puoi permettere, che hanno un’ottima funzione analgesica contro quei dolori al petto che spesso son più fitte al cuore. Per i casi più gravi come cuori sbriciolati consiglio di passare direttamente al pane e mortadella.

lunedì 4 novembre 2013

IL VINO DEGLI ALTRI

"Sabri vengo su a trovarti così si fa due chiacchiere e ti porto qualcosa da bere insieme".
Il nostro bere insieme si chiama Gottardi, e senti che bel nome, da ripetere a mo' di rosario, almeno due volte al giorno.

Ce ne beviamo un po’ insieme poi io devo alzarmi: la sala inizia a riempirsi.
Tra una comanda e l’altra saluto il mio amico caro, che si alza abbastanza presto: la conversazione è finita bruscamente causa avventori
-Tranqui sabri io non la finisco, quel che resta è per te, te la bevi in tranquillità a fine servizio e mi chiami, così si finisce il discorso.
-Ok e scusa, ti chiamo dopo con mazzon alla mano

Rientro in sala per sbarazzare il tavolo e portare nelle retrovie il buon Gottardi. Caspita come è leggera la bottiglia. Caspita è vuota! Ma non aveva detto che..
Mi basta una rapida occhiata al tavolo di fianco per capire che nei loro bicchieri non c’è il Morellino che gli ho servito.. ci saranno almeno 5 toni di rosso di scarto. Se a qualcuno di Scansano gli esce un sangiovese di quel colore, è meglio che si metta a vendere il Kirby. Tanto fregatura per fregatura..
Madonna che stizza, son paonazza dalla rabbia, quel vino era mio, mio, me lo dovevo fare io il buon Gottardi, con tenerezza e garbo, non darlo in pasto a cougar girl agghindate da far andare in tilt tutti i metal detector da qui a Capo Nord. Speriamo che almeno lo abbiano apprezzato, anche se ho i miei dubbi: avere rispetto per qualcosa, vuol dire anche chiedere prima il permesso per..
Tralascio lo sproloquio che mi viene in punta di lingua, che al cospetto Tondelli scriveva le lettere agli apostoli..
Pongo la domanda più in generale: se al tavolo accanto lasciano del vino nella bottiglia, quel vino è già pagato, quindi non si arreca nessun danno economico al ristoratore se lo si beve, ma questo autorizza qualcun altro a scolarselo zitto zitto e poi riporre la bottiglia sul tavolo con indifferenza?
Voi lo fareste mai? O peggio lo avete mai fatto? Avete visto qualcuno che lo faceva?

Altrimenti mi chiedo: ma capitano tutte a me?

mercoledì 30 ottobre 2013

BERE DA RICCHI


Sono seduta a un tavolo con alcuni colleghi della buona ristorazione fiorentina. L’occasione è una             degustazione di vini organizzata da uno dei nostri fornitori. Il contesto è molto informale ma i vini che si stappano son tanta roba. Nei bicchieri il Piemonte rules, con un Barolo Le Vigne 1999 di Sandrone in grande spolvero. Conclude la sessione Gaja con un Barbaresco del 2001.
Ma non finisce qui: l’agente, sveglio e gaudente, che del resto ci vuol vendere almeno un vagone di vino cadacranio prima che le degustazione sia finita, sa bene che ci deve stupire e gioca la carta nascosta; arriva in tavola ancora Gaja: stavolta è un Sorì San Lorenzo ancora in fasce che viene sacrificato per il piacere degli ospiti.


Questi son quei momenti in cui mi dico che io faccio il lavoro più bello del mondo.
Sennò col cavolo che mi potevo permettere di stappare bottiglie così, una dietro l’altra, senza polverizzare larga parte della paghetta mensile. Le alternative potrebbero essere due: o mi trovo un fidanzato facoltoso, ma onestamente mi pare improbabile: non c’ho le misure adatte, o ripiego sull’ignoranza. Se ignorassi l’esistenza di barolo centravanti di sfondamento, forse non mi verrebbero tutte queste voglie e potrei vivere felice e ignara..e magari pure astemia. (e che ho fatto di male per vivere così?)
Vicino a me siede un collega, caro amico e affezionato cliente, nonché gestore di uno dei caffè più cool della città. Arguto selezionatore di etichette, ne sa una più del diavolo in fatto di vini. Lo provoco:
-Senti Sandro ma quale ti è piaciuto di più?
Lui mi guarda con l’aria di chi ha capito, non dico tutto, ma parecchie cose più di me sicuramente, e afferma: “ma il Sorì naturalmente!”
-ma questo Barbaresco al momento gli sta facendo le scarpe al Sorì infante!- ribatto io ingenuamente.
Lui mi mette la mano sulla spalla: - cosa vuoi che ti dica cara, a me piace bere da ricchi- E mi sfodera un sorriso furbo e soddisfatto.
-Dunque non è più il vino in se, è il prezzo a scatenare il godimento! La potenza del bere plutocratico, senza tirare fuori un centesimo. Sandro sei troppo avanti!- Sorrido anche io e gli strizzo l’occhio: collega illuminato..


lunedì 21 ottobre 2013

ENJOY THE SILENCE MA NON A TAVOLA


“Amare al buio, dormire al sole e mangiare in silenzio: tre sciocchezze”. Così scriveva Ugo Ojetti.
In effetti quando ho letto la notizia di EAT, il ristorante di Brooklyn in cui si mangia solo stando zitti, l’ho pensato anche io: “Vai eccone un’altra!”
Alla mia tavola se regna il silenzio è perché o sono da sola (e mangiare da soli è una delle cose che mi mettono più tristezza), oppure c’è maretta tra i commensali, gli sguardi son bassi e il boccone fatica a scendere.. Ho anche il ricordo di mio padre che batteva la mano sul tavolo “silenzio a tavola!” quando io o mio fratello s’era combinato qualche guaio.

Poi mi immagino di essere in un locale pubblico in cui tutti tacciono: forse sono talmente abituata al rumore che il silenzio “condiviso” con estranei mi mette a disagio.. e proseguendo a ragionare con fare leggero mi vien da pensare: e se mi scappa uno starnuto? Un colpo di tosse? Là dove regna il silenzio questi rumori di vita potrebbero sfociare in inquinamento acustico acuto.

Ma cerchiamo di vederla dall’altro lato: lo spirito che ha motivato l’originale ristoratore newyorkese ha più a che fare con lo zen. Secondo Nick Nauman, il gestore del locale, non parlare a tavola “è un modo di concentrarsi sull’esperienza del mangiare, una delle attività umane più profonde”.
Leggo sullo yoga journal, che consulto per l’occasione, che esiste una Meditazione Culinaria all’interno della quale “ Mangiare in silenzio può aiutare a mantenere un atteggiamento espansivo e a concentrarsi per assorbire il nutrimento nel proprio essere. Anche in città, nel quotidiano, si possono fare scelte in linea con questi principi: magari scegliendo un’assolata panchina in un bel parco ed evitando i bar angusti e affollati”. E se questo è un principio zen, allora è pure il mio, io che di regola ho un pensiero solo zenzero e zero zen.

In qualità di cuoca/ristoratrice io sono la prima a urlare a bassa voce: “Fate silenzio, non sentiamo i sapori!”, ma allo stesso tempo vi prego di non invitarmi a cena chiedendomi di stare zitta. Mi vien l’ansia al solo pensiero.

venerdì 18 ottobre 2013

IL PRANZO DELLE STELLE

L’anno scorso ne parlai qui, definendolo il giorno perfetto. Vi può essere un secondo perfect day nella vita? Parrebbe di si..
Rieccomi alle prese coi fornelli della cucina della Nara a terminare il mio cinghiale in dolceforte per il pranzo delle stelle. A breve nel salotto di casa apparecchiato a festa si siederanno più stelle che in un firmamento. Dal nord al sud della penisola una ventina di astri, in orbita sui cieli fiorentini in occasione della presentazione della guida ristoranti d'Italia dell’Espresso, arresteranno per qualche ora la loro traiettoria celestiale proprio qui, in questa casa della nonna dagli arredi anni sessanta.
Come l’anno scorso io son su di giri a mille, anzi di più perché i commensali sono aumentati. Pare che il pranzo dell’anno passato sia loro piaciuto parecchio, per cui son tornati tutti e se ne sono aggiunti altri. Mi pare un sogno, vederli entrare e salutarmi con parole come: ciao Sabrina che bello rivedersi!.
Caspita mi hanno riconosciuto!? Segue: Moio o non moio?
Godere della loro compagnia in una situazione familiare, osservarli nelle vesti di persone normali, anziché angelicate, che si affaccendano a sparecchiare, servire i colleghi, c’è un due stelle che ramazza il pavimento.. tutto questo è per pochi e io ci sono. Credo di essere fortunata, anzi oggi me ne sono convinta.
Il three starred chef dall’accento tedesco mi sfila i piatti di mano: “lascia faRRe ci penZo io, siedi con noi”.
Oppongo resistenza, ma non troppa, visto che in tavola stanno sfilando di bicchiere in bicchiere, nell’ordine Egly Ouriet, Ulysse Collin, Salon (e ripeto Salon) e una magnum di Baron de L del 2002 (ripeto anche questo scandendo ogni sillaba). Credo sia opportuno che mi sieda e alla svelta.

Se potessi scegliere mi siederei al fianco del viareggino più grande, quell’uomo non più giovanissimo, dall’aspetto dolce e pacato, colui che qualche anno fa mi introdusse al piacere del pesce crudo più buono della mia vita. Così, teneramente gli cingerei il braccio e chinerei la testa sulla sua spalla sussurrando “perché il mio cuocobabbo non ti assomiglia neanche un po'?”

martedì 15 ottobre 2013

VADEMECUM PER IL RISTORATORE SERENO E SENZA ULCERA


  1. Tutti i gusti son gusti, anche quelli discutibili. In fondo è un pubblico pagante. Senza questa sorta di credo ristoratore munisciti di maalox  in dosi massicce. Non tutti i gusti sono però son gusti tollerabili. Rifiuta quindi di praticare azioni culinarie scorrette
  2. Non fare previsioni, la logica e l’analogia non funzionano dentro le mura di una trattoria. Se proprio non puoi rinunciare ai pronostici, falli calcistici, le possibilità di azzeccarci triplicheranno all’istante.
  3. scegli oculatamente il giorno di chiusura settimanale. Tieni a mente che il lunedì e il martedì non c’è una mazza da fare in giro, gli amici reduci dal week end son barricati in casa e molti ristoranti son chiusi. Non potresti far scelta peggiore.. Si ricorda che il turno di riposo di due giorni is megl che one
  4. sii felice di essere a lavorare la domenica e tutte le feste comandate. Altrimenti ti toccherebbe il pranzo dalla suocera che si ostina a cucinare con la margarina perché è leggera e fa bene alla salute, e prima di salutarti ti regala una preziosa bottiglia della collezione Giordano Vini
  5. non dare le ricette sbagliate ritenendole tue. Pensi che in sei miliardi di persone sulla terra nessuno abbia avuto la tua idea di abbinare le fragole alla panna?
  6. dai pure ricette sballate, tanto il 90 per cento di coloro che te le chiedono non le faranno mai
  7. non ti stupire se ti chiedono il tartufo marzolo a novembre
  8. stupisciti pure se cercano un chianti con poco sangiovese
  9. varia spesso le proposte in carta per accontentare i clienti desiderosi di cose nuove
  10. non variare le pietanze in carta: “ma come ero venuto per le tagliatelle ai porcini e non ci sono!” Sono desolato, le tagliatelle ne ho quante ne vuole, i porcini son finiti qualche mese fa..
  11. le persone non ascoltano, abituatici. “perdonatemi, oggi non è disponibile l’insalata di trippa, tutto il resto è indicato in carta”. – bene allora ci porti un raviolo, delle verdure grigliate e un’insalata di trippa-. Appunto.
  12. non rinunciare alle ferie (sei un grande, ma non sei un eroe), anche se per la stagionalità del tuo lavoro ti tocca la settimana a novembre quando piove o a febbraio quando c’è la neve. Qualunque giorno tu decida di chiudere per vacanza ci sarà sempre quel cliente che ti infama perché chiudi proprio la settimana in cui casca il suo anniversario più importante.
  13. rinuncia alle ferie se non vuoi trovarti almeno un paio di frigo che non ripartono al momento della riapertura. Succede sempre, anche se hai chiuso solo per un paio di giorni.
  14. impara a convivere col cook lag, ovvero quella nausea che ti prende alla 14esima ora di lavoro e smetti perciò di chiederti come fai ad avere gli urti di vomito senza aver mangiato niente. La sensazione è molto simile al jet lag che ti avverte che stai fuori fuso, mentre il cook lag ti avverte che sei fuso e basta  

venerdì 4 ottobre 2013

PET THERAPY o anche PET RESCUE SAGA

Rocky, alias il vicino di casa della Marta, quello del pianerottolo di sotto insomma, esce tutte le mattine, felpa e cappuccio, a fare la corsetta col cane.
Il mio vicino di casa invece si chiama Torello, età imprecisata; a vederlo è arzillo e in forma, ma si vocifera in paese che sia del Venti o giù di lì. Un vero Rocky, una roccia che ancora ogni mattina va all’orto e con cui intrattengo conversazioni quotidiane del tipo: Ciao Torello, come si va oggi? -bongiorno mimma, piove governo ladro! Oppure -bongiorno mimma, gliè cardo maremma campanile!
Rocky l’altro invece ha un beagle con tanto di campanellino, che tutte le volte che vede la Marta per le scale gli pianta una canizza da paura. Di conseguenza lei vorrebbe solo fargli conoscere la durezza del suo sandalino col tacco di legno. Fortuna, dico io, che il suo padrone è niente male, cosa che trattiene la Marta dalle sue ire funeste nei confronti della povera bestiola, che invece quando vede me scodinzola e si butta a terra pancia all’aria per farsi fare i grattini. Il padrone non mi degna d’uno sguardo, ovviamente. Il fatto è, che il fiuto del cane avverte tutti i profumini allettanti della cucina del ristorante che mi porto a spasso ovunque, mentre per il padrone più semplicemente puzzo di soffritto e di composti al benzopirene della bistecca grigliata.
Son punti di vista.
-Quello del piano di sotto non si sgancia mai da quel suo cane inviperito-
-Marta, il cane è il miglior amico dell’uomo
-Il problema sabri è che tu ami i cani..in genere.
-Porca miseria colpisci sempre dritta tu eh? mica è colpa mia se li becco tutti io, alla fine mi son presa  un cane vero e ho scoperto l’amore incondizionato. E poi, se il cane è il miglior amico dell’uomo, perché non può esserlo anche per la donna?
-Perché il miglior amico di una donna di solito non abbaia ma vibra- dichiara in tono solenne
(..)
Silenzio.
Scoppio di risa fragorose fino a lacrimare.
Dalle scale arriva un suono di campanellino; stridere di sedia sul pavimento e una ragazza (senza marito siam sempre ragazze anche in prossimità dei quaranta!) bionda si precipita di corsa verso la porta
-rapporti di buon vicinatooo!!! mi urla
-potrebbero migliorare di molto comprando una confezione di crocchette o qualche biscotto per il pet del vicino. E poi vatti a controllare le cinquanta sfumature della parola pet
(continua..)

Non ho mai giocato alla Pet Rescue Saga, lo giuro.




lunedì 30 settembre 2013

CENARE COL TICKET

Salire a cena fino su alla trattoria sull’ebbro colle, dopo decine di tornanti e qualche boschetto ha un preciso significato: voglio stare tranquillo con te, in un posto carino e un po’ appartato. Insomma ti voglio corteggiare un pochino.
Ed io son qui apposta per servirvi e tacitamente sostenere la vostra impresa d’amor cortese.
Offrendovi un servizio discretamente lento e mai intrusivo, per prolungare il vostro stare a tavola fatto di sguardi, carezze, micio micio, pucci pucci baubau. Scene forse un po’ mielose, ma che suscitano comunque un pizzico di invidia, perché così ha da essere, perché dolcezza e galanteria son due cose sempre gradite a noi donne, anche a quelle che si spacciano per donne Rambo.
Perciò da parte mia un piccolo aiuto nella scelta del vino, qualche suggerimento tra le proposte del menu e infine un sorso di moscato offerto per concludere in scioltezza, che suoni anche un po’ come a dire: io il mio l’ho fatto ora sbrigatevela fuori che s’è fatto tardi e io c’ho un sonno boia.
Arriva il momento del conto e i signori si avvicinano alla cassa e lui chiede con naturalezza: “li accettate i ticket?”
Sgrunt!
Rispondo con tutta la cortesia che riesco a rastrellare in ogni dove, che sono desolata, ma “no, non siamo convenzionati”. Tengo a freno la mia lingua tagliente che ora prude all’inverosimile: guardi che se anche ci fosse un cartello grande come una casa QUI TICKET RESTAURANT, non li accetterei comunque, ma che razza di figura invitarla a cena e pagare con i buoni pasto! E lei Signora, dica qualcosa del tipo: “amore lo sai dove te li devi ficcare i tuoi ticket , uno per uno?”

Ma tutto tace, io per prima, la signora pure. Quassù nella trattoria sull’ebbro colle, una Italia in miniatura fatta di donne che continuano a incassare in silenzio, ormai completamente incapaci di sdegno per una mancata galanteria.

giovedì 26 settembre 2013

GIOCHI SENZA DENTIERE

Era il lontano 2001, erano gli anni dell’Università, il dottorato di ricerca appena iniziato, quando in quel della Specola, due neo dottori, naturalisti illuminati, nonché amici cari scrivevano un manuale di letteratura scientifica applicata alla natura (umana); tomo raro come l’araba felice, adatto a tutti coloro che son duri di comprensorio, insomma una vera pietra biliare per chi ha un po’ di sense of humus. (cit.)
Dedicato all’amico Lorenzo, alla sua nuova vita, che mi auguro sia densa di risate senza dentiera. Dedico a lui un dolce con l’uva passera e un vassoio di pasticceria mignot incartata nella carta all’uminio, che si scoli una birra doppio smalto spilluzzicando due scorie di Parmigiano e un cucchiaio di paté d’animo. (cit.)

Tratto (citazioni comprese) da “Giochi senza dentiere”, Lorenzo Montemagno, Luca Corrieri,
Nephila edizioni, Firenze, 2001

Per poter capire una certa parte della natura umana possono tornare utili alcune definizioni tra cui:
AMICO: dicesi della persona di sesso maschile in possesso di “quel certo non so che” che cancella qualsiasi velleità di andare a letto con lui
AMICA: dicesi della persona di sesso femminile in possesso di “quel certo non so che” che ti fa venire una voglia pazzesca di andare a letto con lei
AUTORITA’: colui che arriva dopo la battaglia e prende a calci i feriti
BALLARE: è la frustrazione verticale di un desiderio orizzontale
BANCHIERE: è un tipo che ti presta l’ombrello quando c’è il sole e lo reclama quando inizia a piovere
DIPLOMATICO: è chi ti dice di andare affanculo  in modo tale che non vedi l’ora di iniziare il viaggio
ECONOMISTA: è un esperto che saprà domani perché, ciò che ha predetto ieri, non è successo oggi
ETERNITA’: lasso di tempo che è trascorso da quando hai finito a quando l’hai riaccompagnata a casa
FACILE: dicesi della donna che ha la moralità sessuale di un uomo
INDIFFERENZA: atteggiamento assunto da una donna nei confronti di un uomo che non le interessa, interpretato dall’uomo come “sta facendo la difficile”
INTELLETTALE: individuo capace di pensare per più di due ore a qualcosa che non sia il sesso
LAVORO DI SQUADRA: possibilità di addossare la colpa agli altri
MAL DI TESTA: anticoncezionale più usato dalla donna degli anni Novanta
NANOSECONDO: frazione di tempo che trascorre tra l’accendersi della luce verde del semaforo, e il sono del clacson dell’automobile dietro di voi
NINFOMANE: termine con il quale un uomo definisce una donna che ha voglia di fare sesso più spesso di lui
PESSIMISTA: ottimista con esperienza

La natura ha sicuramente meno misteri ora..


mercoledì 18 settembre 2013

LA TERRAZZA SUL CORTILE

Ogni riferimento a fatti e persone (me compresa) è puramente intenzionale.

Mi ero riproposta di sfoggiare uno di quegli scolli vertiginosi, ma son stata cazziata sul nascere: “non cominciamo, stasera si mangia e si beve. E basta.” E io a dispetto ho coperto il decolleté ma mi sono ignudata le spalle, potrebbe esserci un James Stewart nascosto dietro una di quelle finestre che si affacciano sulla terrazza, e io non mi voglio far trovare impreparata.
Meno male che il mio amico venditore di vino ha una gran bella selezione di etichette che gli intasano il frigorifero. Guarda caso ho proprio bisogno di bere, stasera. E inoltre mi sembra carino dargli una mano a far posto in quel frigo..almeno per il latte.
-Tesoro lo sai che sei davvero un benefattore?
-??
-con i tuoi vini tu aiuti le persone
- a ubriacarsi intendi?
-si dice dimenticare..
-piccola Sabri credo che a te serva più uno psicologo che una bordolese
-direi che le renane che hai al fresco fan più al caso mio. I riesling son dei potenti ansiolitici. Per quel che riguarda lo psicologo, l’ultimo che mi ha seguita ha abbandonato l’ordine e alleva pesci pagliaccio per acquari
-per lo meno loro non parlano, e non fanno i ristoratori. E comunque per buttare giù la tua zuppa di cipolle non basta la mia cantina intera, bisogna passare all’idraulico liquido
-grazie sei un amico, andrò dallo psicologo.
L’olfatazione di un riesling Domaine Paul Blanck del 2001, bouquet al mandarino e benzene fa sobbalzare uno degli astanti: “Caspita qui c’è un terziario spinto!”, che qualcun altro dal capello alla Jimi Hendrix recepisce così: “in effetti qui siamo tutti del settore terziario, noi tre addirittura terziario avanzato”.
-Poi c’è qualche esemplare del periodo quaternario..ma è parecchio in forma e non lo dà a vedere eh? accenno un sorriso lento e mi stupisco delle capacità lessicali che conservo nonostante la testa anestetizzata dal riesling dall’effetto benzo(diazepam)
-Azz dici?
-Lascia perdere-  e mi verso due gocce di Ansiolin, cioè di Riesling Grand Cru Rosacker del 2007
L’amico nonché padrone di casa, ormai totalmente in preda ad un’estrema generosità alcolica, stappa (col botto perché quando ci va ci vuole) il brut di Patrick Soutiran. Festa. È davvero un brav’uomo questo amico mio, su questo gli astanti concordano unanimi. Non solo, il medesimo fa pure un’ottima insalata mista, la migliore mai assaggiata fino ad oggi (cioè ieri), dentro ci sta l’intera piramide alimentare. E un uomo-mago delle insalate può interessare molto alle mie amiche. 
Bambole prendete nota!

venerdì 6 settembre 2013

LE CASSE VELOCI

Cassa veloce è di per sé un ossimoro, è come dire ingorgo rapido o coda accelerata, roba così.
Eppure si moltiplicano. La velocità di superamento della cassa automatica è molto variabile, dipende da un numero imprecisato di fattori, primo fra i quali il significato che si attribuisce alla parola veloce: ecco, le casse veloci sono un esempio concreto di teoria della relatività. Altro fattore determinante è la presenza umana: se la cassa è vuota allora tu veterano di cassa automatica te la puoi cavare in un tempo ragionevole, ma se becchi un altro umano un po’ imbranato che non individua i codici a barre o quello furbetto che anziché 10 articoli ne ha come minimo 350, addio mattinata.  Se poi becchi l’umano ottuagenario che si materializza davanti a te alla velocità del suono e tu giureresti che prima non c’era, mentre lui sostiene di essere arrivato prima di te, e tu che fai, puoi mica discutere con una persona di quell’età, sussurri un mi scusi e imprechi silenziosamente contro tutta la terza età che popola la terra. E ci schiacci le ferie intere alla cassa veloce.
Ma non finisce qui. Anche tu super esperto di cassa veloce potresti rimanere impantanato: certe mattine la macchinetta si pianta ogni paio di articoli passati:
articolo non riconosciuto
rimuovere articolo dal piano
richiedere l’assistenza di un addetto
si è strisciata la propria carta socio?
Ma non ce l’ho carta socio! e mi viene da piangere, l’ho dimenticata nell’altra borsa, forse potrei strisciare la tessera ARCI fosse mai che mi servisse a qualcosa. E sarebbe la prima volta in più di vent’anni che la porto a spasso nel portafoglio.
Tutte le volte che rimango invischiata nella cassa che dovrebbe sfrecciare mi chiedo perché non continuo a usufruire di quelle tradizionali con l’operatore. Credo che la fretta c’entri poco, ma che in realtà si manifesti la bambina che è in me e che per anni ha sognato di fare la cassiera al grande magazzino. Caspita questo si che è fare outing..
Avanti confessate, anche il bambino che in voi ha desiderato di stare alla cassa del supermercato? Parlate pure..tanto qui non vi legge nessuno :-).


mercoledì 4 settembre 2013

TEMPO DI POMODORI

Venti piante di pomodoro tra insalatari, costoluti, rossi a grappolo e ciliegini fruttano una cassetta colma di pomodori al giorno. Che raccolgo con diligenza ogni mattina, così mantengo anche l’abbronzatura del décolleté.
Per smaltirne una tale quantità al ristorante bisogna ingegnarsi: vai col gazpacho, con la gelatina di pomodoro vai pure con qualche pomodoro ripieno al forno. E poi ovviamente pane e pomodoro che in versione ricetta immorale resta tra le mie preferite:
“È indispensabile che tutti gli esseri e tutti i popoli saggi della terra capiscano che pane e pomodoro sono un passaggio fondamentale dell’alimentazione umana..(..). non fate la guerra ma pane e pomodoro (..). ovunque e sempre. Pane. Pomodoro. Olio. Sale. E dopo l’amore pane e pomodoro e un po’ di salame*”.
Io la mattina di solito faccio la corsetta per cui niente salame, ma pane pomodoro e al massimo un paio di mozzarelline fior di latte..e giù a stropicciare il costoluto, il mio preferito sulla fetta di pane. Ci aggiungo pure una macinata di pepe nero, così mi posso vantare di renderlo più immorale di quello pensato da Montalban. Son soddisfazioni queste!
Ho pure fatto i pomodorini confit e le bruschette al pomodoro, quelle tanto richieste dagli stranieri, quanto insulse per me. Ma la conserva di pomodoro no. Quella è bandita, al pari delle confetture di frutta, la giardiniera, i sottoli e così via.
-scusi lei ha un locale per l’imbottigliamento nel suo ristorante?
-no, ma ho una cucina pulita e ben attrezzata, conosco i tempi e le temperatura per una corretta sterilizzazione e ..
Poco importa di ciò al legislatore pedante, la tossina del Clostridium botulinum è in agguato. La pratica comune a cui tutti si dedicano in estate, vale a dire mettere in barattolo e trasformare in confettura qualunque cosa, diventa pratica proibita al ristorante.

Io son campata per anni con la conserva della nonna dell’anno prima e con le confetture di addirittura due o tre anni e in famiglia non è mai morto nessuno, neanche un caso di intossicazione, nemmeno una corsa al gabinetto causa barattolo avariato. Ma il regolamento d’igiene in materia di alimenti e bevande è categorico: niente conserve fai da te. Pertanto le susine dell’albero del giardino sono ormai gestite in tutta autonomia da un capriolo ingordo, le albicocche son state devolute in beneficenza alla vicina, mentre per i pomodori la gara è ancora aperta. Quel che è certo è che tra qualche settimana per i miei amati clienti solo salsa al pomodoro preparata quotidianamente con i pelati in commercio. 

*Ricette Immorali, Manuel Vazquez Montalban

mercoledì 28 agosto 2013

STASERA S'USHI

Per S.
L’Aurora mi propone di uscire per mangiare un po’ di sushi. Non ho alcuna dimestichezza con la cucina giapponese e quelle due-tre cose che conosco le devo ai libri della Yoshimoto. Mi correggo, alla Signora e a Giorgio Amitrano, suo meraviglioso traduttore, devo molto molto di più.
Accetto volentieri.
Le bacchette restano per me un mistero. Ci provo, ci riprovo, mi sforzo, sudo e resto una frana. Ognuno ha i suoi limiti. Mi faccio portare una forchetta e uso le bacchette per raccogliere la mia chioma corvina in uno chignon arrangiato. Il cameriere mi guarda perplesso: “in realtà si usano per mangiare” e mi fa un sorrisino ironico. “Sono una donna fantasiosa” gli rispondo strizzando l’occhio, acidina come l’umeboshi. Poi ricordo di aver letto da qualche parte che è un gesto di maleducazione alzare le bacchette oltre la bocca, o usarle per indicare qualcuno e così via. Farne delle forcine deve essere una vera e propria cafoneria..me le sfilo e le ripongo nella borsa.
Quando il cameriere si riaffaccia al tavolo per versarci il tè sorride: -con i capelli sciolti sta molto meglio signora..- e io credo di essere stata proprio villana. Accidenti a me.
Vicino alla porta di ingresso c’è un tizio solo seduto ad un tavolo, che l’Aurora occhio di lince ovviamente ha già notato: il tipo tintinna le bacchette emettendo una sorta di musichetta un po’ sgraziata.
-be’ che ne dici del Mr Tambourine man laggiù? E mi indica il suonatore di bacchette..
-è di spalle, e quelle promettono bene, fatti un giretto alla toilette- le suggerisco- pipì urgente..il bagno è proprio lì
-in..continenti alla deriva eh? sghignazza l’Aurora e quel nostro confabulare soft dai toni underground si tramuta in una fragorosa risata molto overground
Mr Tambourine si gira, poi riprende la sua posizione di spalle. Poi si gira un’altra volta e poi ancora e un numero di volte che ora mi sfugge. Lo sguardo diretto all’Aurora.
-accidenti e se si avvicina che gli dico?- la voce della mia amica è sgomenta
-caspita Aurora noi siamo quelle degli ultimi carteggi d’amore, delle attese sotto i portoni, delle discussioni infuocate fino a notte fonda, delle grandi eroine romantiche e ti mancano le parole per un colloquio col sig. Tamburello?
-il ristorante giapponese è un buon posto per cenare da soli-, io inizierei così, -c’è silenzio, si può stare tranquilli e trascorrere del tempo indisturbati..-
-sempre se non si ha la sfortuna di incontrare due tizie fiorentine in libera uscita..-aggiunge lei
-puoi sempre tentare con un “vuoi fare sukiyaky con me?” e andare dritta al punto e poi correre a suicidarti se non gli piace il tofu

“Per me i veri angeli sono le persone che in certi momenti compaiono all’improvviso a dare luce alla vita”.*


*Arcobaleno, Banana Yoshimoto

mercoledì 21 agosto 2013

LUNEDI' MARITTIMO

Con il pretesto di un ristorante che avevo voglia di visitare da tempo, mi son concessa un giorno di mare. Volendo tirarmi a lucido per la sera ho scelto l’opzione stabilimento balneare all inclusive, per poter usufruire della doccia calda e la cabina. Ho optato per il Bagno Onda che si aggiudica il premio esclusività del nome, benché gli adiacenti Bagno Corallo e Bagno Stella Marina non siano da meno per originalità.
Ombrelloni fitti, quasi impenetrabili sotto i quali insistono famiglie dalla prole numerosa (in barba all’Italia paese di vecchi secondo i dati ISTAT). Una novità per me che il lunedì su spiaggia libera di solito incontro solo camerieri e parrucchieri. Ma questa è la settimana di ferragosto, tutta un’altra storia.
Dopo un paio di ore di sdraio in cui ho nell’ordine praticato le seguenti attività: lettura-settimana enigmistica-crema, lettura-settimana enigmistica-crema mi comincia la smania da ipoattività, scatta l’allarme “attività motoria insufficiente”: occorre rendersi operosi subito. Con gli occhi e con gli orecchi. E osservo un continuo andirivieni dall’ombrellone al bar, prima per il succo di frutta, poi per il gelato, poi ancora per la schiacciatina dopo il bagno. È un continuo lavorìo di mascella, bocche che interrompono ogni tanto la masticazione per scambiare qualche parola col vicino di ombrellone. E il cibo continua a essere l’argomento principe: si organizza la grigliata per la sera, si ragiona di pesti indigesti post pranzo, si narra di bistecche elefantiache e di sagre dello yeti nel paesino di Sperduto Marittimo (e qui il ristoratore all’ascolto inizia ad irritarsi; le sagre si sa sono una questione bruciante). Sicuramente il fatto che il campionato di calcio sia in pausa estiva limita di fatto, fortemente gli argomenti di conversazione. Qualcuno parla di telefonini ma non cattura l’attenzione del mio occhio/orecchio da grandefratello.
Mi si delinea uno spaccato d’Italia un po’ in sovrappeso, col girovita maschile esploso e bambini rotondetti con le tettine penzolanti già prima dei dieci anni, capaci, stando all’osservazione, di tuffarsi solo a bomba.

In mezzo a loro, in quarta posizione fila centrale c’è pure una ristoratrice stordita dal sole, che si è sparata 150 km e un’intera giornata di spiaggia attrezzata per poter cenare nel tal ristorante. E la stessa non si tuffa neanche a bomba.

domenica 18 agosto 2013

IL GALLO INDIANO



Non è un pollo al curry sotto mentite spoglie, sebbene qualche dubbio ci fosse venuto..

Nel menu di questa trattoria in terra di gallo nero su sfondo oro, viene a singolar tenzone sto gallo indiano. In realtà scoprimmo essere un tacchino cotto con le spezie del panforte e il vino rosso. Esotismo e ironia, equilibrio e gusto. Un gallo tacchinato da donna cannella e noce moscata, sotto lo sguardo vigile e misurato di pepe e chiodo di garofano. Nell’ombra fa capolino anche zenzero, timido e fresco. Dolcezza e amaricante danzano un Kathakali che ha più il ritmo di un Trescone toscanaccio e giocoso. Sarà colpa del Colli Senesi che in cottura accompagna sto gallo o tacco che sia. Tutto questo e molto di più nel dopo Palio dell’Assunta da Bagoga alla Grotta di Santa Caterina. 

mercoledì 14 agosto 2013

GELATO TRUFFALDINO

Vigilia di ferragosto, mi trovo a passeggiare per il centro di Firenze per sbrigare una commissione. Centro città che pullula di turisti in infradito. 
Ponte Vecchio è congestionato e io c'ho pure fretta perchè devo rientrare a lavorare. Vorrei poter usufruire di una corsia preferenziale in qualità di fiorentina (e che diamine!), e invece mi trovo invischiata in una comitiva di giapponesi che mi trascina per qualche metro indietro. Mi fermo per educazione per permettere la foto sul fiume di una giovane coppietta, riparto in volata e son di nuovo bloccata da un gruppetto di romani caciaroni col cono gelato in mano. Attraverso il ponte indenne stando attenta a non scontrarmi con le centinaia di turisti che pericolasamente mangiano il gelato tra la folla. Incredibile mai visto tanto ice cream da passeggio.
In una delle tante gelaterie della zona, fanno bella mostra di se un paio di gusti supergonfiati dal colore insolito, che emergono dalla vetrina frigo. Curiosa patentata entro. E assisto a quella che io chiamo truffa bella e buona ai danni di malcapitati e ingenui turisti, laddove il prezzo di coni e coppette non è esposto (o magari c’era, nascosto da qualche parte, visto l’obbligo di esporre il listino, ma io proprio non l’ho visto). Mi sta bene, così imparo a frenare la curiosità e farmi gli affari miei. Due coni con le due pallette di gelato gonfiato per soli 10 euro. A momenti svengo. La famigliola con i due figli c’ha lasciato la bellezza di venti euro per 4 coppette con le solite due palline. Deglutisco l'ovosodo che mi si materializza in gola. Ho visto l’espressione dei loro occhi prima incredula, del tipo: "forse il signore ha sbagliato", poi la certezza d’aver preso la sòla.
Mi sono vergognata, sarei voluta sprofondare dentro il frigorifero (per lo meno ero al fresco) e invece son scappata per strada a friggere per la rabbia da sommarsi alla canicola agostana.
E per piacere non mi si venga a dire che al Ponte Vecchio si fa così per via degli affitti alle stelle dei fondi commerciali.

Io continuo a chiamarla truffa.

mercoledì 7 agosto 2013

MURPHOLOGIA APPLICATA ALLA RISTORAZIONE


“Se c’è una cosa che non hai (o che hai finito) stai tranquillo che tutti te la chiederanno”. Ecco la Murphologia applicata alla ristorazione. Alcuni esempi.
Da giugno con gli arrivi sempre più massicci di stranieri negli agriturismo della zona, qui al ristorante sono iniziate le richieste della pappa al pomodoro. Do you have any pappa al pomodoro soup? No bread and tomato soup? E io lì a spiegar loro che appena avrò i pomodori dell’orto comincerò a prepararla. In realtà ho scelto di non metterla più in carta perché i clienti abituali (per lo più locali e fiorentini) la snobbano, sembrano non amare questo piatto ritenuto povero, forse troppo povero.
Viste le continue richieste e la maturazione dei primi pomodori del giardino l’ho preparata, col buon pane cotto a legna, il basilico appena colto..alto godimento.
Manco a dirlo ve ne fosse stato uno che fosse uno che me l’abbia ordinata o che abbia anche solo mostrato interesse per la tuscan soup fino ad allora tanto bramata. Fatto sta che ho mangiato pappa per una settimana. La mia versione di dieta mediterranea.
Ho provato a riciclarla sottoforma di tortino accompagnata dalla burrata e da un gazpacho toscanizzato, ma niente. Pertanto un po’ l’ho regalata alla vicina, un po’ alla zia e il resto all’AER (alias l’azienda che raccoglie i rifiuti). L’ho tolta del menu e l’ho sostituita con un altro piatto a base di pomodoro e tac come per magia son ricominciate le richieste della tomato soup.
Ed è così sempre.
Se la mattina non riesco a cogliere i fiori di zucca la sera tutti mi chiedono i fiori fritti; al contrario se ne raccolgo un bel cestino nessuno li vuole e il giorno dopo finiscono nel mio piatto a buglione con le zucchine. Se termino un’etichetta di vino stai certo che quel giorno tutti vorranno quel vino lì, che giaceva nella cantina da mesi quasi dimenticato..
Non vi è alcuna possibilità di previsione, è il caso a imperare. E se per caso preparo metà dose di bavarese ai frutti di bosco, convinta che la sera ci sarà poco movimento, vai tranquillo che casualmente il locale si riempie di persone, cresce la febbre da mirtilli che non ho, il desiderio di raspberries esauriti è alle stelle e nessuno sembra potere vivere senza blackberries, che in questo caso non squillano, semplicemente si mangiano.
Non fa differenza, tanto son finiti pure quelli


lunedì 5 agosto 2013

UNA QUESTIONE DI QUALITA'


Bilancino. Direzione Bahìa. Bahìa Cafè. Ci piace il Mugello, ci piacciono le colline appena abbozzate, i campi di orzo, il latte Alta Qualità e i tortelli di patate. E poi al Bahia ci son pure le palme..

-Da stasera solo Martini Royale bambola- e mi strizza l'occhio, quel suo occhione blu che tanto le invidio
-Abbandoni lo spritz socialmente utile?
-C’ha causato troppi guai..(per i danni da spritz ho già parlato: si veda qui e qui) e poi è il cocktail ultima moda..non li leggi i giornali?
-Intendi dire Donna Moderna? 
-No cara da qualche mese son passata a Marie Claire
-Mhm l’umorismo dei francesi..son simpatici come delle amine biogene. Pare a me o il Martini Royale di francese c’ha solo il nome?
-E vabbè l’avrò letto da qualche altre parte, ma che differenza fa? Faccio letture variegate io.. mica come te che ti interessi di una cosa sola, anzi due: bere e mangiare.
-e poi? -dico io- continua dai.. non studio non lavoro non guardo la TV non vado al cinema non faccio sport.. è una questione di qualità. Una questione di qualità.

Scatta il verde e riparto un tantino bruscamente.
-E che diamine avverti quando riparti! Eh? Mi sto facendo il rigo all’occhio e mi sta uscendo il diagramma di un sismografo. Per il mascara aspetto che tu abbia parcheggiato o mi farai accecare
-Ma non potevi truccarti a casa come facciamo tutte per circa un’oretta prima di uscire?

Dice che ha perso tempo a farsi una maschera al latte di cocco e bromelina (?) e io me la figuro con quella specie di pina colada spalmata sul viso, la fettina di ananas appesa all’orecchio e l’ombrellino decorativo tra i capelli. Ma dove posizionare la cannuccia? per la pina colada è indispensabile.
Ho un brivido, vuoi vedere che c'ha ragione lei con quella storia del mio unico interesse. Ma è una questione di qualità insisto io.. e in fondo è anche un po' la verità.

lunedì 29 luglio 2013

LA PIZZA DI GIOVANNI

Può sembrare strano che un ristoratore si prenda la briga di scrivere, e bene, di un altro ristoratore. In realtà è proprio perché faccio questo lavoro e conosco, scusate l’espressione, i cazzi e mazzi di questa professione, quando incontro un ristoratore bravo, vale a dire serio e competente c’ho voglia di raccontarlo. E Giovanni Santarpia è uno di questi. Non solo, è anche pizzaiolo di fine intelletto perché il lunedì sta aperto. Vivaddio.
La cosa può sembrare di poco conto per voi beate genti, ma per noi della categoria, in maggioranza con turno di riposo a inizio settimana, trovare anche una pizzeria decente che sia aperta il lunedì è cosa molto complicata. Ma Giovanni c’è, con la sua pizza che io considero la migliore nel raggio dei chilometri ragionevolmente percorribili per una buona pizza. Si calcoli che da Pontassieve a San Donato tra andare e tornare son quasi 100 km. Ma la sosta a Palazzo Pretorio li vale tutti.
La pizza di Giovanni è di quelle ad "alta digeribilità", è talmente leggera che con gli amici abbiamo ufficialmente deliberato che “a noi la pizza di Giovanni (ci) fa pure dimagrire!”. È buona perché è soffice dentro e croccante fuori, due caratteristiche che conserva per tutto il tempo in cui giace nel piatto: non come quelle pizze che al terzo spicchio o son granito o rimbalzano.
Io che appartengo alla categoria di coloro per cui la pizza ha da essere col pomodoro, ammetto che a Palazzo Pretorio ci sono almeno un paio di pizze bianche da bacio accademico.


La Napoli di Giovanni

Per coloro i quali vige ancora il pizza & birra ce n'è per tutti i gusti, per tutti gli altri c’è una carta dei vini piuttosto ampia in cui cercare. Perché con la pizza del Santarpia si beve a tavola e non durante la notte. Iamme ià!

venerdì 26 luglio 2013

UNGHIE LACCATE E CACCIAVITI


Pare che anche le attrezzature del ristorante avvertano lo scorrere delle stagioni. In estate credo che anch’esse siano pervase da un irrefrenabile voglia di vacanza, che si manifesta sempre più potente e incontrollata a partire dal giovedì e raggiunge il suo picco massimo al venerdì pomeriggio.
È naturale che i frigoriferi, essendo chiamati a lavorare più del solito manifestino insofferenze continue, svenimenti, caldane, che rendono il frigorista la merce più ambita dal ristoratore da giugno a settembre. L’uomo del freddo è il più desiderato, il più cercato e si concede come un divo in passerella, sostituisce la ventola, fa un’iniezione di freon, torna il fresco e ti ghiaccia il sorriso con la parcella.
Questa settimana oltre al consueto disturbino da frigo ho osservato cedimenti alla lavastoviglie e perfino allo sportello del forno, rispettivamente giovedì e venerdì.

Consapevole che la chiamata al tecnico costa più d’una conversazione al 144, (sono circa 40 euro di scatto alla risposta, più il coefficiente correttivo della riparazione effettuata il sabato), mi son decisa a metter mano alla cassetta degli attrezzi. E con una certa soddisfazione ho constatato che mani fini di donna, precise e ordinate arrivano in punti in cui solo mani esperte di anni di riparazioni riescono ad arrivare. Ho scoperto le virtù del silicone non in forma di protesi ma in tubetto, e che l’acetone che normalmente uso per le unghie serve a sciogliere le sbavature del silicone su piastrelle e altri materiali. Ok, m’ha sciolto pure lo smalto rosa pallido, colore tristemente imposto per mani che operano in pubblico esercizio e ha diffuso un odore di salone di bellezza un po' in tutta la cucina. Quasi a rimarcare quella faccenda degli chef che si sentono primedonne; ma nel mio caso niente di più lontano da tutto ciò.. 

venerdì 12 luglio 2013

IL FAT TALK E’ DAVVERO UNA MALATTIA?

Pomeriggio, divano, due amiche, conversazione tra donne.
-la vuoi una birretta fresca?
-no per carità mi fa gonfiare la pancia, che come vedi non ha bisogno di gonfiarsi ancora..
-ma fammi il favore..e poi un lieve gonfiore da MOA quale conseguenza di forte piacere palatale è cosa tollerabile per me..
-accidenti Sabri, ma ti manca proprio del tutto il cromosoma X, non può non importarti della triade celeste: pancia, tette e Q
-non è che non me ne curo, è che ho altre preoccupazione diciamo..
Guardo la mia amica, è quella del cuore e mi fa tenerezza la sua espressione contrariata. È alta e lievemente in carne, quella rotondità appena abbozzata che rende una donna verace, bella. Mai mi verrebbe in mente di suggerirle una dieta, non ne ha bisogno, e lo penso davvero. Lei invece sta in fissa con le diete e le calorie e non perde occasione per incriminare i suoi fianchi appena prominenti e l’accenno di pancetta che vede solo lei.
Scartabellando D di Repubblica della scorsa settimana mi sono imbattuta in un articolo sul Fat talk:  “conversazioni ossessive e sempre uguali tra amiche o donne in genere, sul proprio corpo..” e sul suo bello straterello di grasso. Conversazioni del tipo: “guarda come sono grassa, oh mio Dio ho mangiato tantissimo!”; “no ma che dici tu sei uno stecchino, io invece..”
L’articolo prosegue: “un botta e risposta immutabile, un minuetto rigoroso che si ripete in fotocopia al di là dei paesi, lingue, età, grado di istruzione (..). In America lo chiamano fat talk, e pare praticarlo il 93% delle universitarie: è un allarme sociale, anticamera e sintomo dei disturbi dell’alimentazione”.
-lo sai che secondo un articolo tu saresti ammalata di fat talking? E io che ti sto ad ascoltare mentre ti lagni del grasso che non hai sono un soggetto fortemente a rischio..
-chi tu? mhm..
-anzi ad essere precisi tu saresti una Serial Dieter: per la precisione colei che esce da una dieta per iniziarne subito un’altra. E naturalmente senza perdere un etto
-una serial cosa? Ommadonna così mi metti paura e poi lo sai che le mie diete sono sempre all’acqua di rose, insomma cerco solo di stare un po’ attenta. A proposito la settimana scorsa ho iniziato quella nuova dieta, la Zona di Barry Sears
-capisco, nel senso che se in zona c’è una buona pasticceria, la tua dieta si adegua?
-più o meno..lo vedi che non sono malata?
-la vuoi una fetta di Tatin alle pesche?
-no non posso..ok ma una fetta piccola..ecco l’ho spolverata, ma c’era tanto burro?
-no tranquilla, solo tre etti nella brisée
-e chissà quanto zucchero!
-eddai non tanto
-si ma poi..
-ma figurati..
-è tutto grasso che incamero.
-smettila
(..)

-malattia?  

lunedì 8 luglio 2013

SONDAGGI ESTIVI E CONSIDERAZIONI CULINARIE

Sto guidando la macchina e in radio passano i risultati di uno di quegli originalissimi sondaggi estivi sugli italiani e il sesso. Tema: le regione in cui si pratica di più. Mi son sintonizzata in ritardo per cui ho perso la terzina delle regioni più attive, in compenso sono riuscita a sentire le regioni in cui si batte più la fiacca, vale a dire Veneto, Lombardia e Toscana. Al di là della notizia in sé di cui nessuno di noi poteva fare a meno, certamente più interessanti sono le considerazioni culinarie che se ne possono fare. La prima mi viene gentilmente fornita da un’ascoltatrice in diretta, che in qualità di veneta afferma senza mezzi termini che i veneti preferiscono di gran lunga la polenta alla patata e questo potrebbe spiegare l’esito del sondaggio.
Pare che per i toscani l’appetito sia di un solo tipo e si presenti regolarmente tre volte al giorno a orario pasti; per l’uomo toscano la donna ha un solo nome: mamma e indossa il grembiule e, per Lui le fiorentine son solo di femmine quadrupedi..
I lombardi che per anni si son vantati di certe durezze, si giustificano (sempre secondo il sondaggio) con la scusa del troppo lavoro, ma in realtà si dimostrano i meno attivi quando il gioco si fa duro..
Vien da pensare che le donne lombarde ormai ragionino solo di osei, che l’ultima durezza apprezzata sia stata una stecca di torrone e, con grosso rammarico, si lamentino che i milanesi c’han solo il Pirellone..
La febbre da sondaggio incalza e lo speaker ne cita altri, tra cui quello effettuato da un team americano, dal quale emerge essere la cucina il luogo prediletto dagli italiani per gli incontri piccanti. Per  i toscani, lombardi e veneti incontri al buio con peposo, Nduja e affini verrebbe da pensare..


venerdì 5 luglio 2013

DIPINGERE COL VINO: MAURIZIA GENTILI

Ci siamo conosciute al Vinitaly (e dove se non là), esattamente allo stand dei colli piacentini.
Lei dipingeva e io bevevo ortrugo spumantizzato ingozzandomi di culatello e coppa e la guardavo mentre imprimeva pennellate lente e precise di un viola quasi blu.
Dipingeva foglie col Gutturnio, lo stesso vino col quale iniziò nel 2006 la sua avventura dei Vinarelli.
Si perché Maurizia il vino mica se lo beve come fan tutti.., Lei ci dipinge. E dopo, solo dopo lo assaggia. Non posso fare a meno di domandarle se davanti a un grande vino prevale in lei la voglia di “seccarlo” o di essiccarlo su tela: “Le due cose vanno di pari passo, la curiosità del sapore e la curiosità del colore”. Ecco perché non diventerò mai un’artista: il talento non è la sola cosa che mi manca..anche se vuoi mettere il fascino di esporre un dipinto con pennellate di cabernet e dire agli amici: questo è Chateau Margaux dell'82..


Oltre 200 le tipologie di vino che ha provato fino ad oggi, arrivando ad usarne fino a 30 per uno stesso dipinto. Ha una vera e propria passione per il Gutturnio, il Lambrusco, il Teroldego e l’Amarone: in qualità di toscanaccia mi sorprendo e abbozzo un sorrisino sarcastico sul fatto che non c’è traccia di sangiovese nell’olimpo dei vini più quotati per i Vinarelli.
Per dipingere usa vino concentrato il che mi ha valso il domandone da 100 punti: “per concentrarlo usi il rotavapor?”
“Ma figurati! In inverno uso il termosifone e d’estate il sole: espongo il vino ai suoi raggi e lascio a lui il compito di concentrarlo..è bello pensare che in quello che mi rimane del vino c’è tutta la forza del sole!!”
e io mi sono sentita una perfetta cogliona con quella storia del rotavapor..

Il sogno di Maurizia di dipingere frutta, verdura, fiori, erbe con i loro stessi pigmenti si sta avverando: “il procedimento è un po’ più complicato della pittura con il vino; la preparazione è più lunga, i colori sono più delicati….ma il risultato mi soddisfa…giro per il giardino raccogliendo petali e foglie e, dopo l’estrazione del colore, resto estasiata davanti a ciò che ottengo: un tenue azzurro delle campanule, un verde/giallo dalla ruta ed un rosa carico del geranio”.
Ho un fremito, il pensiero va dritto a Plasson, il pittore che in Oceano Mare dipingeva il mare con l’acqua di mare..ed è un pensiero che dà i brividi (cit.)

i colori ottenuti dalle linfe di fiori e ortaggi




martedì 18 giugno 2013

ORA D'ARIA

In qualità di ristoratore sedermi al tavolo di un ristorante altrui è sempre un’ora d’aria, ossigeno per la mente, ventata di novità, talora brivido.
Quando poi l’Ora d’Aria si ha la fortuna di trascorrerla in via dei Georgofili..


I ravioli alle noci, 
spuma di mozzarella di bufala, barbina rossa e capperi


In questi ravioli la noce ha un nome: si chiama Lara, proviene dalla zona del Piave ed ha pochissimi tannini: irrompe potente col suo aroma oleoso, senza lasciare alcuna traccia di astringenza. E ti sembra la prima volta che assaggi una noce. Carnosa e piena nel sapore, avvolta da una pasta all’uovo sapientemente tirata a velo, a formare dei ravioli guarda caso della dimensione di una noce.
Sfondo candido di crema di mozzarella di bufala, pennellate di fucsia di barbina rossa e capperi che non ti aspetti, sapore di sale, vibrante.


Esperienza: il dessert

Esperienza: qui vanno a braccetto due inconciliabili, caffè e agrume. Matrimonio solo apparentemente infelice, che sulla carta può sembrare quasi oltraggioso e che invece si rivela elettrizzante. L’essenza ghiacciata della granita al caffè rafforza il suo aroma di tostato grazie alla spuma alla nocciola e la granella di fave di cacao, e incontra il sorbetto al lime in una danza dal ritmo incalzante: twist per il palato. In cucina bisogna osare, a volte.
Vado col cucchiaio dalla destra alla sinistra del piatto per raccogliere tutti gli ingredienti dell’Esperienza e ripetere ad ogni boccone i fuochi d’artificio.
La delusione è solo finale: quando il piatto brilla lucente e pulito e il dessert è finito..


Foto di Andrea Moretti


venerdì 14 giugno 2013

PAOLO E' SEMPRE CON(TE)

(Liberamente ispirato a una storia realmente accaduta)


per Marta.

Mi ha regalato una rosa. Possibile?
Sono le sei del pomeriggio, fa un caldo del diavolo e ho la bocca arsa dalla sete. E ho anche una rosa in mano. Di solito noi donne ci lamentiamo del fatto che nessuno ci regala più le rose, ora che l’ho avuta in dono non so come fare a dirgli che vorrei tanto una Margarita in coppa..
“farà piacere un bel mazzo di rose
 e anche il rumore che fa il cellophan
ma una birra fresca fa gola di più
in questo giorno appiccicoso..”


Mi chiedo che diamine ci esca a fare con Rosalindo (per via della rosa), sebbene sia ampiamente accertato che i brutti ma buoni son dei biscotti molto apprezzati anche dai palati più esigenti, in questo caso penso che la macchina sportiva di Four Roses abbia in qualche modo influito.. 
Sono sempre più convinta che l’attrazione tra le persone (quando non si concentra sul 730 dell’amato) sia una cosa chimica, secrezione di molecole..secondo me è roba tipo lecitina, che se capace di legare acqua e olio, che per natura tendono a respingersi, potrà indurre attrazione anche in altri elementi di per se repellenti.


Ho saltato l’aperitivo, in compenso la macchina sportiva col tettino abbassato ci ha condotto in un posto carino fuori Firenze, cucina toscana saporita e servita in modo grazioso.
Ed ecco che arriva il bello: non perderti lo spettacolo d’arte varia di uno innamorato di te.. Il buon Rosalindo ordina panzanella con cipollina fresca, e su consiglio dell’oste una bruschettina agliata con lardo di grigio e fagioli coco nano..
Ma questo c’è o ci fa?  Mi sento la principessa di un romanzo splatter all’allicina, perseguitata da mostri che sputano aioli, mentre annego in vasche di tzatziki e pesto..E l’interesse sale (forse la storia dello scalogno fighetto c’ha un senso...)

E tu piccola cosa ordini?
Dammi un sandwich e un po’ d’indecenza..e per finire gelato al limone.

martedì 4 giugno 2013

EDITH PILAF


Edith Pilaf nasce nella cucina di casa, sulle note di je ne regrette rien alle prese con un beef stroganoff da manuale servito con del riso pilaf. Succede a volte nei lunedì piovosi e malinconici di  massacrarsi il cuore con la Piaf e scaldarsi lo stomaco con ricette monumento..

Aspetto l’Aurora, ho cucinato anche per lei che tanto è sempre a dieta..
-Sabri ho letto il tuo articolo sui Riesling tedeschi che sanno di gasolio, ma sono buoni?
-Altro che, son vini che ti infiammano (ma la battuta cade nel vuoto)
-Insomma il vino giusto per imbenzinarsi a modo?
(..)
-mamma mia Sabri questo sughetto sovietico è mondiale, senti mi sta chiamando..-
e inzuppa il riso con altro sugo
io opto per affondare una crosta di pane direttamente nel vassoio, operazione che mi vale la macchia fetente sulla camicia..
-ahahah il sugo allo strogolof!- incalza l’Aurora- vedi devi smetterla di ingozzarti di pane, troppo cibo rovina lo stomaco oltre che le camicie
- e troppa saggezza rovina l’esistenza, tiè!- e mi avvio per la seconda fetta di pane

Ah! Ce qu’on est bien tous les deux
Quand on est ensemble nos deux

l’Aurora canticchia il ritornello con la Piaf.. ed è il suo modo per frenare imprecazioni del tipo : c’ho una stronza di amica..

venerdì 31 maggio 2013

SPOSO UN VIGNERON

dedicato a Clizia e Silvia. Superlative.


C'è sempre una DonnaQulo (Q con funzione rafforzativa) in ogni compagnia di amiche, ovvero quella che ce le ha tutte per il verso: nasce belloccia e spigliata, mastica le lingue è di buona compagnia, insomma c'ha la fortuna dalla sua. Da qui il nome DonnaQ.
Sempre Lei, La DonnaQ del nostro gruppo, viaggia per la città con una borsetta blu elettrico recante scritta argentata: "Non ho tempo per sposarmi". 
Ironia della sorte, riceve due proposte di matrimonio in un solo giorno. Si allegano qui di seguito le prove.
Sporca di fango dalla testa ai piedi, causa fuoripista per la Montagne de Reims, suona alla porta di Monsieur Beaufort, il pioniere dello champagne bio, monsieur "faire et laissez faire", il quale travolto dall'euforia di DonnaQ la chiede in sposa subito al mattino: i presenti, tutti ancora sobri confermano.

Ambonnay: la proposta di matrimonio di Monsieur Beaufort, l'estremo 

Nel pomeriggio il signor cuvée squisita, pardon Cuvée Exquise (e come dargli torto): Monsieur Selosse si inginocchia ai piedi di Donna fortuna chiedendola in sposa. I presenti sono un tantino meno attendibili rispetto al mattino, ma la foto elide ogni dubbio.

Avize: la proposta di matrimonio di Monsieur Selosse, un veritable homme de substance

Con due contendenti di questo calibro io sfido qualunque donna non astemia e con tendenze monogame a prendere una decisione così su due piedi e per lo più fangosi.
Sarà per questo che DonnaQ ha riattraversato il confine con un bagagliaio colmo di casse di champagne, ma di vignerons neanche l'ombra..

mercoledì 22 maggio 2013

LA FAVOLA DI MONOCHROME E BLANCHETTE: IL RISOTTO MASCHIO E IL RISOTTO FEMMINA



C’era una volta a Campi un risottaro molto bravo che aveva il dono di non invecchiare: gli anni passavano e lui sembrava sempre un ragazzino, insomma una sorta di finto giovane. La sua specialità era mettere a punto delle ricette molto originali e di pubblicarle prive di dosi e procedure; come egli stesso amava ripetere: “Personalmente sono dell' idea che se un aspirante cuciniere sente la necessità di seguire scrupolosamente  le dettagliatissime indicazioni di un suo simile, cioè un dilettante, non credo che stia iniziando col piede giusto”. E così senza uno straccio di grammatura Cibusfaber mise a punto un paio di risotti che gli valsero la vittoria in due contest molto famosi, gli portarono grande notorietà e una batteria di pentole ultimo grido.

 
Blanchette

Blanchette è un risotto femmina, già nel nome. È bianco, ha il candore seppia del carnaroli invecchiato. È bianco come il risotto che ti aspetti, è tenue e armonioso come le curve di una bella donna. Non ha spigoli indigesti di scalogno, ma una gradevole aromaticità di acqua di porro usata sapientemente per portarlo a cottura. Mantecatura finale con solo burro. Come una donna vagamente pudica un po’ fintamente casta, Blanchette si agghinda prima di uscire (dalla cucina), si impomata il corpo con una crema di parmigiano detta Orangette. Come una crema ad effetto lifting immediato, morbida e ricca, punta sulle virtù preziose del parmigiano, ma viene ingentilita dalla panna e dal tocco lezioso delle scorzette di arancia e da qualche goccia di succo per apportare aroma e acidità a un risotto non sfumato col vino. Eleganza e profumo di donna.


Monochrome

Monochrome  è un risotto mascolino a dispetto del colore; ha la voce profonda e baritonale ma s’è abbigliato in rosa: più che un risotto maschio parrebbe a SweetTransvestite:
“non abbiate timore di come appaio,
 non giudicate un libro dalla copertina,
non sembro molto uomo alla luce del giorno, ma di notte..”.
Anzi, se non fosse per quel nome Monochrome che si scontra con il trionfo dei colori di una drag queen, monochrome sarebbe una Priscilla dal sapore maschio e terragno della barbina, che indossa un boa le cui piume son germogli di barbabietola, le cui collane son perle arancioni di uova di salmone sapide e forti per non dire virili. E infine il vestito di porco cinturello: un velo di lardo come un  tulle che da bianco si fa trasparente per effetto del calore: anche il porco più porco (quello con la cinta) alla fine si scioglie..

E davanti a due risotti dalla perfetta mantecatura si sciolgono pure gli animi e ci si racconta, si svelano affinità con i risotti dello stesso genere, scoprendosi così d’un tratto transgender, d’un tratto tuttigusti, purché sempre risotto sia e in buona compagnia.

Le ricette le trovate qui: http://www.cibusfaber.com