sabato 19 novembre 2016

A PONTASSIEVE SI MANGIA DA DIECI!


“Come un tu’ conosci i’ Tilli? Un tu sei mai stata a mangiare tutte quelle robine che fa Edoardo?” Mi guarda sorpreso
“No mannaggia!” –questa sono io, l’altro è Stefano Frassineti,  l’oste culto di Pontassieve e dintorni
“Allora bisogna andacci..”
Detto fatto. Via verso Podere Belvedere.
Il posto è molto bello, la casa rosa tra gli olivi che si affaccia sulla valle della Rufina, l’aia in pietra; niente piscine blu oltremare, né percorsi spa e altri inutilismi del genere in mezzo alla campagna bella. Vuoi una settimana detox, in pax, sanax, in relax? Non chiedere bagni di fieno greco dorico, falciato direttamente da Fidia o massaggi all’olio essenziale di resina grezza mummificata di Cajeput, ma fatti una passeggiata sul sentiero delle burraie, sali fino al Monte Giovi e riscendi per la valle dell’Inferno. Respira, cammina, osserva il bosco, il prato, la pietra paesina.
Poi siediti sulla sedia impagliata della cucina di Edoardo e sparati un panino al lampredotto e aria di prezzemolo e aglio, a seguire un altro con bardiccio, miele millefiori e cipolla e se vuoi concludi con un sandwich al prosciutto d’anatra e maionese di aglio nero. Total fit and rehab.

Podere Belvedere è un agriturismo con tutti i gli animali del caso, solo che non sono gli animali quelli normali in un’aia. Ci sono due gatti, ma sono senza pelo, gatti nudi che dormono sul radiatore,  perché giustamente d’inverno sulle colline della Rufina gli fa freddo. C’è anche il cane. No, ma quale cane da guardia, pastore tedesco o maremmano che sia. È una bassottina con la pancetta figlia di una dieta toscana di sostanza, che fa compagnia agli ospiti della sala. Silenziosa, nemmeno la senti, si piazza sotto il tavolo, buona, fa finta di non interessarsi alla conversazione, ma come sente la forchetta che batte sul piatto drizza l’orecchio, fosse mai che cadesse un raviolo con ripieno liquido al tartufo.
Poi ovviamente ci sono le galline, sennò che agriturismo sarebbe? Ma non bisogna cercare il classico pollo livornese, dal Tilli ci sono le galline moroseta con la pelle e le ossa nere, cinque dita invece di quattro e pettinate come punkabbestia.
Dice Edoardo che c'è anche il maiale, io però quello l ho visto solo in tavola, una sorta di maiale in porchetta, cotto a bassa temperatura, ma che tanto mi ha ricordato l'arista di una volta, saporita e potente di aglio e rosmarino, quella che almeno tre fette poi se ne ragiona.

Podere Belvedere

In questa stranalandia agricola pensi forse di trovare la ribollita e la casalinghitudine dei piatti di un agriturismo?
Ahahah! Ciao carciofi fritti, avanti crocchetta di fegato d’oca, riesling e sherry. Crostino toscano? Aspetta assaggia questa polenta al mandarino con cuore di vin santo e una colata di sugo di fegatini e fiorellini di lillà.
E pasteggi con vino francese se vuoi, tanti buoni champagne sconosciuti, che mi valgono la domanda: “chi li distribuisce?” Dal distributore, almeno qui da noi, ci si fa benzina, mentre per lo champagne abbiamo un dispaccio-spacciatore: Emanuele Nenci, il trippaio delle Sieci, altra istituzione del comune di Pontassieve denominata A Pancia Piena.
Insomma sono qui col Frassineti, l’oste-storia di Pontassieve, alla tavola del giovane Edoardo, chef rivelazione di Pontassieve (potevo anche dire astro nascente, brillante talento, nuova stella nel panorama gastronomico e altre originalità del caso) e bevo gli champagne del trippaio delle Sieci. Questo si che è fare squadra, anzi fare quadra attorno a un tavolo di legno massello di castagno.
Oggi a pranzo la Val di Sieve mi è sembrata un luogo meno sfigato. Ci puoi trovare il cibo della sostanza, quello dell'estro e il cibo del lavoro, quello in piedi da strada. Vini buoni locali e pure l'acqua di Reims. O cosa volere di più?
la fine dei lavori sull'Aretina e due treni puntuali

Podere Belvedere
via San Piero a Strada 23, Pontassive
333 179 2224
https://www.facebook.com/poderebelvedere/

venerdì 7 ottobre 2016

TOP...SECRET BAR

Siamo qui somewhere in Santo Spirito a cercare il secret bar. E per essere tale lo si deve trovare con difficoltà.
Infatti.
Ma le ormai golden girls coi trampoli ai piedi non si danno per vinte.
“Ehi ragazze direi che l’abbiamo trovato!” urla l’Aurora, facendo l’eco nel vicolo stretto
“Sshhhh!! Speakeasy!!” le intimo di abbassare la voce, che ha già svegliato mezzo quartiere
“Il proibizionismo è finito, non mi rompere”
“Si ma i residenti si incazzano lo stesso se fai quegli schiamazzi a mezzanotte. Suona vai!”
Abbiamo  un attimo di esitazione
Ma siamo sicure? E se suoniamo a una casa?
In effetti non c’è insegna, né alcun altro segno che possa far pensare che lì c’è un bar o simili. E non ci sono neppure persone in strada. Però, come dire, l’occhio attento del cercatore assetato capisce che quello non è un ingresso normale, o la porta di uno dei tanti palazzi del vicolo. Potrebbe essere la luce diversa che illumina quella porta a condurti nel posto giusto, ma non ne sono sicura. Sappiamo solo che quando ci siamo passate davanti per la seconda volta, ci siamo fermate tutte e tre. Alla seconda però. Figo parecchio.
Suoniamo. Lo spioncino rettangolare si apre: “si ?”
Ci guardiamo interdette. “Dolcetto o scherzetto” grida l’Aurora.
Lo spioncino si richiude.
“Dai ma ti sembra il caso di sfottere? Qui non ci fanno entrare neanche se dici che sei la nipote di Lucky Luciano”.
Risuoniamo. Stavolta niente. Nessuno ci apre. Accanto alla porta principale ce n’è un’altra. Pare una porta secondaria. La Marta la apre, con l’aria soddisfatta di chi ti ha risolto la serata. Peccato che sia lo sportello dei contatori della luce. Fulminate si, ma non con gli ampère
“Magari suono di nuovo è, che dite?”
Scampanellata potente.
La porta si apre, vai ci siamo, e invece no. Esce un tipo dall’aria finta casual che si atteggia a figo spaziale, cosa per altro priva di alcuna attinenza con la realtà. C’ha la camicia a righe, ok carina, volutamente mezza fuori e mezza dentro, il capello un po’ spettinato, la scarpa..insomma roba vista e rivista per cui vola basso. Ci dice passandosi una mano tra i capelli: “ce l’avete la parola d’ordine?” quasi a sfotterci..
Risponde l’Aurora: “certo che ce l’abbiamo”.
Ovviamente no.
Ma lei incalza: “di password se n’ha quante tu vuoi, te ne serve qualcuna?”
“No grazie, ora vi faranno entrare, non temete” e accenna un mezzo sorriso. La classica espressione di chi ci sta prendendo per il culo. E se ne va passandosi di nuovo la mano tra i capelli, nemmeno fosse Sgarbi.
La Marta coraggiosa ribussa. Lo spioncino si riapre e la solita domanda: “si?”
“S I”
 Risponde la Marta scandendo le parole
“S I, vogliamo entrare”
“Siiii” annuiamo noi in coro con la testa
“Avete una prenotazione, un tavolo riservato, un invito?”
“No però abbiamo tanta sete e abbiamo fatto tanta strada per arrivare fino a qui, con queste”. E indica orgogliosa le sue scarpe con zeppe zebrate.
La porta si apre “prego” e ci indica una scala. “scendete pure”
In effetti era un bel po’ che non provavo questa eccitazione ad entrare in un bar.
Top il bar, top secret il resto.

Non lo posso raccontare. Neanche se io speak easy, sottovoce.

martedì 4 ottobre 2016

ANDREA PERINI, FUOCO IN CUCINA

Conosco Andrea Perini da quando è nato, praticamente compaesani. Più volte in questi anni abbiamo detto che avremmo lavorato insieme; stiamo ancora a dircelo, ma io ci credo che prima o poi succederà.
Molte volte l’ho pure invidiato, soprattutto quando stava a londra al Murano al fianco di Gordon Ramsay e anche quando era al Monastrell insieme a Maria José San Roman, per non parlare di quando stava a lavorare al sole della repubblica dominicana, mentre io ero murata viva in Val di Sieve.
Poi nella natìa Val di Sieve c’è tornato pure lui, e stanco di tutto il burro di Ramsay per glassare le verdurine, si è appassionato all’olio.
Sta talmente in fissa con l’olio che ne ha uno diverso per ogni piatto in carta, perfino per il dolce: millefoglie con chantilly all’olio, menta e olive caramellate. Applausi.

millefoglie con chantilly all'olio

Il menu che propone al 588, il ristorante del relais Borgo I Vicelli è la tradizione toscana interpretata con leggiadria. Ha la mano leggera nei cappellacci integrali ripieni di cervo su polenta all’alloro e more di rovo. Ma è anche mano veloce:, tu ordina una porzione e lui ti tira la sfoglia e ti chiude i tortelli al momento.
“ma chessei difuori!!” è l’espressione che mi si legge in faccia, ma lui mi precede “Sabri, vuoi mettere?”
Se la cucina è espressa ha da esserlo fino in fondo, mi viene da dire.

cappellacci di cervo su polenta all'alloro

Poi è la volta di uno spaghetto aglio, olio e peperoncino, che è un piatto coi controC se lo fai bene.  Ho udito un coro di angeli cantare perché  Andrea l’ha fatto bene. Aromatico, piccante , deciso e vivaddio persistente QB. E sto parlando di un aglio e olio.
Segue un’anatra che sa di rosolatura, di cottura della tradizione, su purè all’olio (che te lo dico a fare), scalogni e fichi. Perché lui nel suo piccolo celebra il ritorno alle cotture brute, al fuoco. Una cucina contemporanea di livello, senza cotture a bassa temperatura, e Maillard resuscita e fa le capriole. E forse ci fa pure due pernacchie a tutti.


giovedì 22 settembre 2016

RISTORANTE REALE



Mannaggia se c’ho pensato prima di scriverlo questo post.
Credimi chef Romito ti ho pensato e ripensato, a volte con gli occhi a cuore, a volte perfino seriamente, e non è proprio il mio stile.
Ho lottato sul momento contro quella bramosia tutta social di postare le foto, “ehi amici guardate e schiantate”. Insomma non è che capito a Castel di Sangro tanto spesso, non mi pareva il caso di distrarmi. E infatti non mi sono distratta neanche un po’..fino a che non sei venuto al tavolo a raccontare. A quel punto ho mollato gli ormeggi.
E poi il giro nelle cucine, ancora me la sogno la stanza dedicata al pane.
Poi quella voglia di sentirmi figa nel dire io ci sono stata si è manifestata in tutta la sua potenza. Il valore di un segreto triplica nel momento in cui lo riveli: sarebbe come uscire con un tipo nuovo e non poterlo raccontare alle amiche. Godi a metà.

Ho anche deciso che non metterò le foto dei piatti, che ovviamente ho scattato, in tutti i versi e posizioni. Alle foto manca l’odore, e manca il rumore. E laddove la cucina è essenza, concentrazione, purezza, se togli il profumo a una focaccia di grano solina o il rumore dei grissini di grano saragolla che si spezzano in bocca, è come comparire in foto con gli occhi chiusi. Quella metà di te che sta negli occhi è persa.
E poi le mie foto sono brutte. E questo da se bastava e avanzava, senza tutto quel giro di parole di cui sopra.
“Sabri guidi tu che hai la guida morbida..”, be’ su questo fatto ci marciano in parecchi. Ma sto andando al Reale non mi pare il caso di polemizzare. Per andarci a cena rimane un po’ fuorimano se si parte da Firenze, fortuna che la statale 17 che attraversa la valle del Gizio, per poi salire sull’altopiano delle Cinquemiglia è di una tale bellezza, che mi passa ogni fatica delle tre ore di guida sulle spalle, con macchina altrui. Un tempo partivo la mattina all’alba per andare a un concerto, adesso mi faccio 450 km per andare a cena. E prima o poi finirò a parlare del tempo, di fiction coi preti e di detersivi. E riesumare ricordi di musiche anni 80 con qualche santino di Micheal Stipe o delle Bananarama. Ma per ora non ci penso e mi concentro a non sbagliare strada, perché il Reale è appena fuori del paese, a metà della montagna. Un ex monastero cinquecentesco ristrutturato: bianco. Imponente. Bello. Pare immacolato. Tre edifici disposti in una struttura a U, con due lunghe braccia laterali, come a esprimere la volontà di accoglierti, a braccia aperte, ma senza clamori, perché questo è da sempre un luogo di studio e silenzio.
All’ingresso un antico cancello. Occorre suonare il campanello per farsi aprire. Suono. Il cancello inizia ad aprirsi, poi si blocca e si richiude.
“ecco è un segno..lo sapevo”
“ma smettila di piagnucolare, è il segno che devi risuonare”
Mi vergogno, mi sento la ritardata che non sa neanche attraversare un cancello automatico e che tra poco si siederà alla tavola di chef Romito.
Ma lui è lo chef dal viso buono, e lo sguardo candido, male che vada sorriderà del mio approccio goffo col campanello.

Va bene ma ora arriva al dunque. Ci vuoi dire che hai mangiato?
Ho masticato ricordi e sostanza: il crostino con i pomodori secchi, la patata sotto la cenere, pane e ragù. E mi è sembrato di non averli mai mangiati prima.
Ho mangiato fettucce di semola e gamberi rossi. Ho mangiato animelle e panna e limone. Ho mangiato acciughe e scampo e patate e bietola. Proprio così come li ho scritti. E di nuovo quella sensazione di non aver mai incontrato una animella o lo scampo. Alla sua destra bietole, alla sinistra patate. Insieme ma separati.
“E’ come prendere uno scampo a braccetto, ma senza sposarlo, insomma la situazione ideale non solo gastronomicamente parlando..”
“Sabri resta sulla gastronomia vai..per il resto un tunn’hai scampo!”
Ehm dunque stavo dicendo.. ho bevuto infuso di bietola e brodo di limone, e ho mangiato pane, elevato a portata a sé. Forse quella più importante, perché ti accompagna lungo tutto il pasto, precisa chef Romito. Pane intero, non affettato, che ho spazzato con le mani “ecco abbiamo il messia a tavola con noi, ma sta facendo un sacco di briciole, per noi sei un angelo tarocco” è stato il commento dei miei amici al tavolo.
Certo che le loro bocche sono tanto raffinate quanto mordaci. Ma potrei perdonarli perché non sanno ciò che dicono..
E il pane è protagonista fino alla fine con pane fichi e anice, e mi rammento le picce col finocchio, e un po’ mi viene la pelle d’oca.
Chef Romito parliamo spesso di te, odori che sono impressi in testa e sapori che non ci riesce di ritrovare.
Unforketable that’s what you are.


giovedì 4 agosto 2016

LET’S SPOON. Lo hai mai detto a un’ostrica?

Mi puoi reggere la borsa mentre vado in bagno?
Ma che diavolo c ha messo dentro? Mi sta segando il braccio a metà. Ho la circolazione bloccata, e mi potrebbero prendere la vena coi rebbi della forchetta.  C ha messo le scarpe di ricambio, l’ombrello in caso di pioggia, il golfino in caso di freddo agostano, il portafoglio e nulla più, dice. E poi un paio plinti in cemento armato e qualche monolite a equilibrare il peso. Ma non ha la trousse del trucco.
"E per fare cosa?" mi chiede
Ho un mancamento; beccare una donna senza la trousse è come trovare sull’isola uno famoso davvero, ma mi sento anche sollevata. Se non va in bagno per truccarsi allora farà in fretta e si riprenderà la sua borsa foderata di piombo.
Le rendo il macigno. Sulla pelle mi resta impressa la cicatrice scavata dai manici di corda della borsa, che mi hanno coltrato l’intera spalla in solchi paralleli a mo’ di aratro. D’altronde è la borsa della giornalista giardiniera.
Siamo ad una delle serate Spoon, iniziativa molto bella, che ha visto partecipare chef stellati “al cucchiaio”, al fianco di Peter Brunel e Loretta Fanella sulla riva gauche dell’Arno.
Bella senza dubbio, come bello è il BSJ, come belli erano i piatti uno per uno.
E non c’è neanche bisogno di intendersi sul concetto di spoon, perché magari c’era e io non l’ho capito. Anzi di sicuro è così. In fondo spoon ha tante sfumature, può andare dalle note rock indie del Texas, al ritmo in versi di un epitaffio o semplicemente riferirsi alla forma di una posata.
Tranquillizzatevi, il menu si affronta con tutte le posate e c’è un unico piatto al cucchiaio. Che una cena fatta di pietanze da mangiare col cucchiaio, dove l’elemento masticatorio è quasi assente, sarebbe l’inaffrontabile.
A dispetto del menu, il mio il piatto spoon è stato lattuga di mare, firmato Roy Caceres.  Una gondola di insalata col cuore di ostrica e maionese all’ostrica e nocciole caramellate. Che navigava in mare di acqua di pomodoro.

lattuga di mare

 Non era quello il piatto da mangiare col cucchiaio, ci volevano anche le altre posate, e non era nemmeno il piatto spooning, quello che ti avvolge e ti coccola in un abbraccio a cucchiaio. Tutt’altro. A dirla tutta non era neanche il piatto spoonful, perché l’ostrica non è roba da cucchiate o scofanate. È il piacere di un brivido, una consistenza, l’attimo del transito in bocca. E poi la forza impressa dai denti sull’insalata croccante, che ti tiene l’ostrica in bocca ancora per un po’.  Alla seconda sarebbe già meno brivido. E nei confronti di certi cibi io credo in un approccio diverso che ricerca quel gusto della prima volta sempre.
In conclusione lattuga di mare è stato il mio piatto let’s spoon detto a un’ostrica, perché dirlo a Roy Caceres mi sembrava eccessivo. Quindi ho flirtato con un’ostrica. Non lo avevo mai fatto.
Ma forse è proprio questo il senso della spoon night. Che ciascuno trovi il proprio dove e come vuole.


lunedì 25 luglio 2016

E COME MI DIVERTO DOPO TOMEI?


Seduti a tavola si possono fare tante cose: parlare, fare affari, fare l amore, mangiare bene, mangiare male, semplicemente mangiare, talvolta divertirsi mangiando. E quando questo succede, tipo all’Imbuto a Lucca,  ridono per primi gli occhi, poi ridono le guance, e pure lo stomaco. È un ridere incredulo, che tanto è il guazzabuglio del palato, scompigliato da un guazzetto di sensazioni inedite.
E si diverte parecchio anche lo chef a lasciarti a bocca aperta, quando torna al tavolo e ti svela l’ingrediente che tu manco per miracolo avresti azzeccato. “zuppetta di alghe e ravioli che sono..ravioli punto. Una ricetta mari e monti” lancia l’amo e se ne va. Poi ritorna “ravioli di fagiolini, santoreggia  e mirtilli”, capendo che ci potremmo perdere per le montagne boscose alla ricerca dell’ingrediente.
“Qui abbiamo anatra, salsa al whisky torbato e cedro candito”. Ed è quel piatto che mentre te lo racconta ti ha già convinto, sai già che ti piacerà. Batto le mani come i bambini quando sono emozionati. Poi lo chef mi guarda e aggiunge: “è anatra, anatra bollita”. E mi si gela il sangue. Lo chef è matto. 

anatra bollita salsa al whisky torbato e cedro candito

Se non fosse stato super Tomei gli avrei chiesto  dimmi che sostanza usi e passami il contatto, perché mi sono persa l’anatra lessa per 40 anni.
“questa invece è salsa mou” dice lo chef “ non vi dico altro”. Nella salsa insistono delle fettine dalla consistenza di una frattaglia. Ma figurati, vabbè dai sto delirando. Provo a ipotizzare fegato così a caso, quasi per scherzo, tanto è il mio stato confusionale in questa giostra di sapori, che mi gira la testa. Poi svela: “ È rognone”. Signori, quest’uomo ha sposato il rognone alla griglia con la salsa panna e caramello. Ora dico io, l’idea sarà partita dal rognone o dal mou? E poi mi dico ancora, ma che differenza può fare?  In condizioni normali all’uomo medio  verrebbe da pensare che il mou sta al rognone come la simpatia sta a J-Ax, poi lo assaggi e sei senza parole. Stupefacente. Ed è un modo di stupefacersi senza usare alcuna sostanze illegale.

rognone alla griglia e salsa mou

All’Imbuto non puoi scegliere dalla carta, mi ha detto qualcuno quasi contrariato. È lo chef che sceglie per te.  Che scelga pure lui per me tutta la vita e non mi annoierò.  Detto alla fiorentina: ma dicché si parla?
Sei arrivato in via della (equazione) Fratta, quella con la doppia incognita: sopra e sotto la frazione. Non sai cosa ti verrà servito, ma anche se tu lo sapessi l’incognita resterebbe. E tu cerchi una carta per rassicurarti: so cosa ho scelto, mi arriverà quello che mi aspetto. In teoria potresti crederti abile da scegliere le uova strapazzate, ma sopra troverai l’incognita di un cuore di manzo grattugiato e sotto l’incognita saranno chioccioline di mare.  Potrai ordinare la pizza di grano arso e mangerai, senza saperlo, del coniglio crudo, probabilmente per la prima volta nella tua vita. Sempre convinto di voler scegliere?
Il mio consiglio è fatti guidare, chiudi gli occhi e fidati, almeno per una volta, almeno a tavola con Tomei. Divertimento assicurato.

L'IMBUTO
via della Fratta 36, Lucca
www.limbuto.it 

lunedì 18 luglio 2016

LA TENDA ROSSA SULLA TORRE DEL CHIANTI e riflessioni sul concetto di fico


“Dai andiamo a trovare Natascia sulla Torre!” mi propone la Stef qualche sera fa. Per chi come me ha lo spirito d’iniziativa di un gatto addivanato in piena fase digestiva, gli amici vulcanici sono la salvezza. Posso però dire che la mia carenza di idee è direttamente proporzionale all’entusiasmo con cui accetto quelle altrui interessanti
“Dai fico!” rispondo eccitata, interrogandomi sull’adeguatezza della mia esclamazione.
La Torre del Chianti è alta 33 metri, non ha merli, né campane, ma una struttura cilindrica grigia in cemento armato, è di proprietà del Comune di San Casciano, ed ha la funzione di deposito dell’acqua. Un ascensore a vetri esterno conduce fino alla sommità: una terrazza circolare con un panorama da togliere il fiato. Tra le luci di Firenze che brilla all’orizzonte, l’occhio attento può scorgere la cupola del Brunelleschi, mentre nelle serate limpide si può addirittura vedere il mare.  È una di quelle strutture ingombranti sul territorio, ma resa bella da un’idea.
E l’idea è di Natascia Santandrea, regina della Torre dell'acqua, che vi accoglie sulla cima, all’aprirsi delle porte dell’ascensore, con un sorriso radioso ed eleganza regale. Vi dà il benvenuto in questo salotto a cielo aperto, arredato con tappeti e candele, come fossimo in una tenda berbera  e invece siamo a San Casciano e la tenda è quella rossa di Cerbaia. In altre parole fico.
Arriviamo sulla torre nel tardo pomeriggio, con la Stef che fissa il pavimento dell’ascensore mentre saliamo, perché a guardare di sotto le viene un capogiro. Ma ti sembra normale che una che soffre di vertigini ti invita a cena in cima alla torre circondata da vetri?



Le porte dell’ascensore si aprono,  Natascia ci aspetta, elegante col vestito dalle tonalità dorate, e ci fa accomodare su dei cuscini in terra e subito ci serve un Gin Tonic Rosé e dei biscottini salati “perché vedo la Sabri assorta -dice- forse avrà sete”
“Mica c’è salita a piedi sulla torre” -è il commento della Stef
"Fiiico." è tutto ciò che mi viene da dire mentre guardo imbambolata il panorama. Rieccolo. E' il mio linguaggio talmente povero da non trovare un altro aggettivo qualificativo consono?
Forse non me ne vengono altri perché semplicemente è l'espressione appropriata, che traduce quello che penso e sento. Fico è un’espressione di pancia, intima, immediata, una reazione di getto davanti a qualcosa che ti colpisce alla vista e in questo caso anche al palato. È più di un semplice bello, è chic, è originale, esclusivo, ganzo, emozionante. Tutto ciò tradotto con quattro lettere. È un po’ come il OH WOW! degli americani, che non è l’impoverimento del linguaggio, ma un’espressione di stupore felice. Precisa, essenziale, diretta. Fico è un aggettivo, a mio avviso, già declinato al grado superlativo senza bisogno di suffisso. Ed è perciò una parola bella, è una ex parolaccia a nuova vita restituita, entrata a far parte del linguaggio comune, da quello dei cartoni animati a quello politico. Ora, se vale quanto detto sopra, quello politico attuale è l'unico ambito in cui fico è inapplicabile, ma è solo una mia personale osservazione,

Cala il sole e cambia il panorama dalla torre con la luce del tramonto, e poi cambia ancora all’imbrunire. Si accendono le candele sulla terrazza e la luce di un riflettore da cinema posizionato in un angolo. Sempre che si possa trovare un angolo in una terrazza circolare. Il tempo scorre, sei sempre lì, ma nel frattempo ti sembra di essere stato in posti diversi, tanto cambia la percezione del paesaggio al variare della luce. E cambia il vino che ci viene servito, quasi ci fosse un vino adatto per ogni ora della sera. E forse c’è, e Natascia l ha trovato. Poi arriva la cena al sacco, preparata nelle cucine del ristorante e trasportata al momento dalle mani di Maria Probst fino in cima alla torre. Chissà perché l’immagine della chef che guida il furgoncino, veloce, con i sacchetti di carta con la cena,  mi pare a tratti buffa e a tratti tenera.  




E come dal sacchetto di Mary Poppins, escono le caramelle al salmone e ginger,  gli spaghetti nel vasetto con cozze e bottarga, ancora caldi e abbondanti, perché alla tenda Rossa non c’è solo il bello e il buono in un piatto, ma anche la sostanza, e di questo ve ne siamo grati.  E poi ancora uno spiedino di quaglia e verdure e un wafer di cioccolata piccante. Puoi cenare sdraiato sui cuscini, oppure su un puff in pelle, su sedie decò o su un elegante divanetto e osservare le luci delle case che si accendono e si spengono come in un presepe. Nel dopocena puoi osare con un  sigaro toscano abbinato ad una grappa elevata in legno.
E ditemi se tutto questo non è fico.
Ovvio che occorre prenotare, sennò rischiate di fare il viaggio a vuoto. Sbrigatevi perché avete tempo solo fino ad agosto
info@latendarossa.it
055826132

domenica 3 luglio 2016

STAGISTI IN CUCINA

In questo mese di prima linea in compagnia di Paolo e Andrea, ho riprovato l’adrenalina del servizio e quel piacere che si prova pranzo dopo pranzo, cena dopo cena, quando la fatica e la tensione se ne vanno, per lasciare spazio alla soddisfazione che un lavoro portato a termine ti lascia.
Come in ogni esperienza di lavoro ho imparato, ho vissuto e ho conosciuto una realtà che finora mi era estranea: quella del tirocinio. E una brigata costituita per lo più da stagisti un po’ svogliati e a tratti fancazzisti, mi ha fatto sia ridere che ingrossare il fegato. Spesso mi ha portato a fare delle serie e profonde parti di merda a ragazzini parecchio più alti di me. 
A fronte di questi 30 giorni di convivenza posso stilare anche io la mia classifica:
Stagisti le 7 cose da sapere.

1.   lo stage è un momento importante di formazione, sei sul pezzo, osservi, fai domande. La domanda più frequente che mi è stata posta?
“Ora non c’è neanche una comanda, posso andare a fumare?”

2. esiste un solo orario da rispettare, quello del fine turno. La puntualità è un optional quando si entra in servizio. A volte non ci si presenta proprio al lavoro, avendo cura di non avvertire, sennò troppo facile. Le cause più frequenti: il ciclo, la festa sotto casa, se sono nervoso lavoro male.

3. L’importanza dell’attestato del VaccaACCP= Vacca boia che seccatura sanificare la postazione dopo ogni servizio. Nei casi peggiori, come pulizia dell’affettatrice o dei frigoriferi si passa al VaffaACCP

4. lo stagista che ha tempo aspetti di perderlo trafficando al cellulare o suonando bonghi e tamburi fatti con culi di padelle e mestoli. Senti, ma se invece di suonare ti preparassi la linea? “Ma tanto c’ho tempo, lo posso fare dopo”.
Dopo, ovvero durante il servizio d’assalto, amico stai sulla linea, si, ma quella gotica.

5.   le dimensioni delle verdure a cubetti. Un centimetro è la centesima parte del metro, non un concetto liberamente interpretabile che spazia dalle dimensioni di traversine ferroviarie ai granelli di sabbia. E non mi rispondere che tanto è uguale, perché mi viene il sospetto che tu, stagista quasi maggiorenne, non sappia fare manco una macedonia.

6. lo stagista ama la pellicola. Metri e metri di pellicola consumati per soffocare quei poveri salumi, che nemmeno per avvolgere Laura Palmer in Twin Peaks. Tesoro basta che copri la parte tagliata, non importa che gli fai fare due giri in orizzontale, tre in verticale e sedici in trasversale. E’ un prosciutto e tu non sei Christo.. “Ma sennò si secca”. Ti è giunta voce che ha stagionato per 24 mesi all’aria, senza un centimetro di Domopak?

7. La ricetta autogestita. Porta a casi come la maionese stratificata: uovo sotto, olio sopra e nel mezzo tanti “bruscoli”..o il tentativo di addensare la besciamella senza passare dal fuoco. E gira e gira con quella frusta, forse è sempre lì a girare e sfidare le leggi degli amidi.


Ci sono stati anche stagisti bravi (uno per la precisione, ma il plurale mi fa suonare meglio la frase), che si sono impegnati e che sono stati giustamente premiati con un lavoro, appena conclusa questa esperienza con noi. E’ successo davvero e ne sono felice. In bocca al lupo!

sabato 28 maggio 2016

AI UIL SURVIVE

Oggi digressione in questo blog di bevute, uscite, mangiate e amori fallimentari.
Ho appena acquistato due giacche per la cucina e anche un cappello abbinato. Il tessuto è quello che asciuga con un colpo di tosse e che non si stira: ho fatto un affare. E provo quel piacere dato dalla soddisfazione che deriva da un buon acquisto. La commessa mi chiede dove voglio far ricamare il nome: lato destro o lato cuore?
Cuore ovvio, e bordeaux, che mi si intona col rigo della cuffia. Grazie arrivederci.
Arrivederci un corno
Per farsi ricamare il nome c’è un modulo intero da riempire: Bordeaux, rosso bruno o vinaccia? Dobbiamo essere precisi. Quale carattere? Corsivo va bene. Corsivo come? Devo sfogliare le pagine di un raccoglitore con decine di font diversi
 Chef Nome Cognome
Chef Nome Cognome
 Chef Nome Cognome
Il nome lo vuole su una sola riga o diviso su due? Boh non  saprei. Dipende se lo vuole scritto grande oppure piccolo; a che altezza? Ha una preferenza per il tipo di ricamo? No guardi lasci stare me lo scrivo con l’Uniposca.
Mi scusi per tutte queste domande, “Sa meglio essere precisi”, perché i cuochi sono peggio delle modelle, dice.
Salgo in macchina felice di avere preso tutte queste decisioni fondamentali per il ricamo del mio nome. Percorro pochi metri e avverto un rumore sinistro, ma proprio brutto brutto. Rallento e il rumore non accenna a diminuire. Non so di cosa si tratti, so solo che viene dalla parte anteriore della macchina, dove mi pare ci stia anche il motore.. Cerco un posto dove accostare. No, lì c’è un incrocio, meglio di no; vado un po’ più avanti, ma ci sono le strisce, no via sabri prova più avanti.
Ma la macchina si ferma da sola, in mezzo alla strada, togliendomi dall’impiccio del dove accostare. Ecco, ora si che sono nel concio, in un grande, gigantesco corno letame. Via Villamagna, prossimità del Ponte a Verrazzano. Ore 18.30 di mercoledì. L’ingorgo che ne deriva è colossale, il concerto di clacson ancora di più.
Toda joia toda beleza
Scendo dalla macchina per prendere il triangolo nel bagagliaio, il che mi vale subito alcuni apprezzamenti cordiali come un mignolo stiacciato nella porta:
Mettici la benzina!, mentre: Vai coll’autobus! è il simpatico consiglio di un vecchietto su una Jimmy argentata.
Posiziono il triangolo sulla strada  a segnalare il guasto; per i più è il segnale di pericolo di femmina impedita e automunita. Non faccio in tempo a sistemarlo che subito me lo tritano, ci passano sopra, polverizzano il triangolo. E poi la demente sarei io..
At fisrt I was afraid
I was petrified
Kept thinking I could never stay alive in via Villamagna..
Nell’attesa del carro attrezzi passano 45 interminabili minuti, in mezzo alla strada con quel che resta del triangolo catarifrangente.. Ai uil survive
Ho tutta l’attenzione su di me, non sono mai stata guardata tanto in tutta la mia vita. Sguardi di odio di automobilisti inferociti, che a quell’ora sono più agguerriti di sempre. Escono dal lavoro e vogliono arrivare a casa, in palestra, ovunque purché lontano dal lavoro o da una giornata di guano, pronti a distruggere qualunque ostacolo si presenti sul loro cammino cittadino.
Ci sono alcuni ciclisti che addirittura si fermano sul marciapiede a curiosare
Oh ma non c’avete un affare vostro, uno che sia uno, a cui pensare?

Niente stanno lì a guardare, non mi chiedono nulla, guardano e basta. E quando arriva il carro attrezzi applaudono.

martedì 24 maggio 2016

BOLLICINA TRADITRICE


Liberamente ispirato a fatti realmente accaduti ad altri



“Senti ma tu lo bevi lo champagne?”
O che domanda è questa? Lo chiedi a un morto se ha smesso di respirare? Eccerto che lo bevo
E si fa aprire Jacquesson 738. “Senti io lo champagne lo bevo caldo ti va bene?”
Come sarebbe caldo?? Ecco lo sapevo, non poteva essere tutto per il verso, sennò col cavolo che stava seduto al tavolo con me. Le magagne non si fanno mai attendere, neanche il tempo di una bevuta.
Faccio cenno di no. Ha ordinato il 738 e vuoi pure che mi metta a questionare.
In realtà lo champagne arriva freddo, solo che lui non vuole la glacette, tutto qui. E poteva dirlo subito! che a momenti ci resto secca all’idea di bere bolle preziose a temperatura ambiente in questa serata calda quasi estiva.
Parla, parla molto e beve. E io lo seguo, che altro posso fare? Solo che va veloce, pare un keniano a corsa, e un gli sto dietro.
“Visto che questo non ti è piaciuto ne ordiniamo un altro”. E con questa scusa si versa l’ultimo bicchiere
“Veramente mi piaceva e parecchio”, ma mi piace anche il Laurent-Perrier che segue. Vatti a lamentare se la serata va in questa direzione, ovvero verso Reims.
“Senti io direi di mangiare anche qualcosa, m’è venuta fame e a te?”
A me mi s’è aperta direttamente la faglia di Santandrea al posto dello stomaco.. vabbé non gli ho detto proprio così, che mi pareva brutto.
Mangiamo e parliamo, soprattutto lui, ma faccio fatica a sentirlo. Parla con un tono di voce basso, o forse sono io che ormai non capisco più una sega. Ecco se c’è una cosa da non fare quando si esce con un maschio potenzialmente capace di intendere e di volere è ritrovarsi alticce. Anche se a me l’aggettivo non calza proprio, diciamo perciò sbronza. Perché finisce in due modi: stesa (a dormire), o piegata a 90 (a vomitare).
Se si presenta una terza possibilità 9 volte su 10 non te la ricordi e quindi è come se non fosse successa.  Quindi mettila come vuoi finisce male.
Poi succede un Loupiac, e un secondo bicchiere succede al primo e poi succede un taxi che mi riporta a casa barcollante e sola.