giovedì 4 agosto 2016

LET’S SPOON. Lo hai mai detto a un’ostrica?

Mi puoi reggere la borsa mentre vado in bagno?
Ma che diavolo c ha messo dentro? Mi sta segando il braccio a metà. Ho la circolazione bloccata, e mi potrebbero prendere la vena coi rebbi della forchetta.  C ha messo le scarpe di ricambio, l’ombrello in caso di pioggia, il golfino in caso di freddo agostano, il portafoglio e nulla più, dice. E poi un paio plinti in cemento armato e qualche monolite a equilibrare il peso. Ma non ha la trousse del trucco.
"E per fare cosa?" mi chiede
Ho un mancamento; beccare una donna senza la trousse è come trovare sull’isola uno famoso davvero, ma mi sento anche sollevata. Se non va in bagno per truccarsi allora farà in fretta e si riprenderà la sua borsa foderata di piombo.
Le rendo il macigno. Sulla pelle mi resta impressa la cicatrice scavata dai manici di corda della borsa, che mi hanno coltrato l’intera spalla in solchi paralleli a mo’ di aratro. D’altronde è la borsa della giornalista giardiniera.
Siamo ad una delle serate Spoon, iniziativa molto bella, che ha visto partecipare chef stellati “al cucchiaio”, al fianco di Peter Brunel e Loretta Fanella sulla riva gauche dell’Arno.
Bella senza dubbio, come bello è il BSJ, come belli erano i piatti uno per uno.
E non c’è neanche bisogno di intendersi sul concetto di spoon, perché magari c’era e io non l’ho capito. Anzi di sicuro è così. In fondo spoon ha tante sfumature, può andare dalle note rock indie del Texas, al ritmo in versi di un epitaffio o semplicemente riferirsi alla forma di una posata.
Tranquillizzatevi, il menu si affronta con tutte le posate e c’è un unico piatto al cucchiaio. Che una cena fatta di pietanze da mangiare col cucchiaio, dove l’elemento masticatorio è quasi assente, sarebbe l’inaffrontabile.
A dispetto del menu, il mio il piatto spoon è stato lattuga di mare, firmato Roy Caceres.  Una gondola di insalata col cuore di ostrica e maionese all’ostrica e nocciole caramellate. Che navigava in mare di acqua di pomodoro.

lattuga di mare

 Non era quello il piatto da mangiare col cucchiaio, ci volevano anche le altre posate, e non era nemmeno il piatto spooning, quello che ti avvolge e ti coccola in un abbraccio a cucchiaio. Tutt’altro. A dirla tutta non era neanche il piatto spoonful, perché l’ostrica non è roba da cucchiate o scofanate. È il piacere di un brivido, una consistenza, l’attimo del transito in bocca. E poi la forza impressa dai denti sull’insalata croccante, che ti tiene l’ostrica in bocca ancora per un po’.  Alla seconda sarebbe già meno brivido. E nei confronti di certi cibi io credo in un approccio diverso che ricerca quel gusto della prima volta sempre.
In conclusione lattuga di mare è stato il mio piatto let’s spoon detto a un’ostrica, perché dirlo a Roy Caceres mi sembrava eccessivo. Quindi ho flirtato con un’ostrica. Non lo avevo mai fatto.
Ma forse è proprio questo il senso della spoon night. Che ciascuno trovi il proprio dove e come vuole.


lunedì 25 luglio 2016

E COME MI DIVERTO DOPO TOMEI?


Seduti a tavola si possono fare tante cose: parlare, fare affari, fare l amore, mangiare bene, mangiare male, semplicemente mangiare, talvolta divertirsi mangiando. E quando questo succede, tipo all’Imbuto a Lucca,  ridono per primi gli occhi, poi ridono le guance, e pure lo stomaco. È un ridere incredulo, che tanto è il guazzabuglio del palato, scompigliato da un guazzetto di sensazioni inedite.
E si diverte parecchio anche lo chef a lasciarti a bocca aperta, quando torna al tavolo e ti svela l’ingrediente che tu manco per miracolo avresti azzeccato. “zuppetta di alghe e ravioli che sono..ravioli punto. Una ricetta mari e monti” lancia l’amo e se ne va. Poi ritorna “ravioli di fagiolini, santoreggia  e mirtilli”, capendo che ci potremmo perdere per le montagne boscose alla ricerca dell’ingrediente.
“Qui abbiamo anatra, salsa al whisky torbato e cedro candito”. Ed è quel piatto che mentre te lo racconta ti ha già convinto, sai già che ti piacerà. Batto le mani come i bambini quando sono emozionati. Poi lo chef mi guarda e aggiunge: “è anatra, anatra bollita”. E mi si gela il sangue. Lo chef è matto. 

anatra bollita salsa al whisky torbato e cedro candito

Se non fosse stato super Tomei gli avrei chiesto  dimmi che sostanza usi e passami il contatto, perché mi sono persa l’anatra lessa per 40 anni.
“questa invece è salsa mou” dice lo chef “ non vi dico altro”. Nella salsa insistono delle fettine dalla consistenza di una frattaglia. Ma figurati, vabbè dai sto delirando. Provo a ipotizzare fegato così a caso, quasi per scherzo, tanto è il mio stato confusionale in questa giostra di sapori, che mi gira la testa. Poi svela: “ È rognone”. Signori, quest’uomo ha sposato il rognone alla griglia con la salsa panna e caramello. Ora dico io, l’idea sarà partita dal rognone o dal mou? E poi mi dico ancora, ma che differenza può fare?  In condizioni normali all’uomo medio  verrebbe da pensare che il mou sta al rognone come la simpatia sta a J-Ax, poi lo assaggi e sei senza parole. Stupefacente. Ed è un modo di stupefacersi senza usare alcuna sostanze illegale.

rognone alla griglia e salsa mou

All’Imbuto non puoi scegliere dalla carta, mi ha detto qualcuno quasi contrariato. È lo chef che sceglie per te.  Che scelga pure lui per me tutta la vita e non mi annoierò.  Detto alla fiorentina: ma dicché si parla?
Sei arrivato in via della (equazione) Fratta, quella con la doppia incognita: sopra e sotto la frazione. Non sai cosa ti verrà servito, ma anche se tu lo sapessi l’incognita resterebbe. E tu cerchi una carta per rassicurarti: so cosa ho scelto, mi arriverà quello che mi aspetto. In teoria potresti crederti abile da scegliere le uova strapazzate, ma sopra troverai l’incognita di un cuore di manzo grattugiato e sotto l’incognita saranno chioccioline di mare.  Potrai ordinare la pizza di grano arso e mangerai, senza saperlo, del coniglio crudo, probabilmente per la prima volta nella tua vita. Sempre convinto di voler scegliere?
Il mio consiglio è fatti guidare, chiudi gli occhi e fidati, almeno per una volta, almeno a tavola con Tomei. Divertimento assicurato.

L'IMBUTO
via della Fratta 36, Lucca
www.limbuto.it 

lunedì 18 luglio 2016

LA TENDA ROSSA SULLA TORRE DEL CHIANTI e riflessioni sul concetto di fico


“Dai andiamo a trovare Natascia sulla Torre!” mi propone la Stef qualche sera fa. Per chi come me ha lo spirito d’iniziativa di un gatto addivanato in piena fase digestiva, gli amici vulcanici sono la salvezza. Posso però dire che la mia carenza di idee è direttamente proporzionale all’entusiasmo con cui accetto quelle altrui interessanti
“Dai fico!” rispondo eccitata, interrogandomi sull’adeguatezza della mia esclamazione.
La Torre del Chianti è alta 33 metri, non ha merli, né campane, ma una struttura cilindrica grigia in cemento armato, è di proprietà del Comune di San Casciano, ed ha la funzione di deposito dell’acqua. Un ascensore a vetri esterno conduce fino alla sommità: una terrazza circolare con un panorama da togliere il fiato. Tra le luci di Firenze che brilla all’orizzonte, l’occhio attento può scorgere la cupola del Brunelleschi, mentre nelle serate limpide si può addirittura vedere il mare.  È una di quelle strutture ingombranti sul territorio, ma resa bella da un’idea.
E l’idea è di Natascia Santandrea, regina della Torre dell'acqua, che vi accoglie sulla cima, all’aprirsi delle porte dell’ascensore, con un sorriso radioso ed eleganza regale. Vi dà il benvenuto in questo salotto a cielo aperto, arredato con tappeti e candele, come fossimo in una tenda berbera  e invece siamo a San Casciano e la tenda è quella rossa di Cerbaia. In altre parole fico.
Arriviamo sulla torre nel tardo pomeriggio, con la Stef che fissa il pavimento dell’ascensore mentre saliamo, perché a guardare di sotto le viene un capogiro. Ma ti sembra normale che una che soffre di vertigini ti invita a cena in cima alla torre circondata da vetri?



Le porte dell’ascensore si aprono,  Natascia ci aspetta, elegante col vestito dalle tonalità dorate, e ci fa accomodare su dei cuscini in terra e subito ci serve un Gin Tonic Rosé e dei biscottini salati “perché vedo la Sabri assorta -dice- forse avrà sete”
“Mica c’è salita a piedi sulla torre” -è il commento della Stef
"Fiiico." è tutto ciò che mi viene da dire mentre guardo imbambolata il panorama. Rieccolo. E' il mio linguaggio talmente povero da non trovare un altro aggettivo qualificativo consono?
Forse non me ne vengono altri perché semplicemente è l'espressione appropriata, che traduce quello che penso e sento. Fico è un’espressione di pancia, intima, immediata, una reazione di getto davanti a qualcosa che ti colpisce alla vista e in questo caso anche al palato. È più di un semplice bello, è chic, è originale, esclusivo, ganzo, emozionante. Tutto ciò tradotto con quattro lettere. È un po’ come il OH WOW! degli americani, che non è l’impoverimento del linguaggio, ma un’espressione di stupore felice. Precisa, essenziale, diretta. Fico è un aggettivo, a mio avviso, già declinato al grado superlativo senza bisogno di suffisso. Ed è perciò una parola bella, è una ex parolaccia a nuova vita restituita, entrata a far parte del linguaggio comune, da quello dei cartoni animati a quello politico. Ora, se vale quanto detto sopra, quello politico attuale è l'unico ambito in cui fico è inapplicabile, ma è solo una mia personale osservazione,

Cala il sole e cambia il panorama dalla torre con la luce del tramonto, e poi cambia ancora all’imbrunire. Si accendono le candele sulla terrazza e la luce di un riflettore da cinema posizionato in un angolo. Sempre che si possa trovare un angolo in una terrazza circolare. Il tempo scorre, sei sempre lì, ma nel frattempo ti sembra di essere stato in posti diversi, tanto cambia la percezione del paesaggio al variare della luce. E cambia il vino che ci viene servito, quasi ci fosse un vino adatto per ogni ora della sera. E forse c’è, e Natascia l ha trovato. Poi arriva la cena al sacco, preparata nelle cucine del ristorante e trasportata al momento dalle mani di Maria Probst fino in cima alla torre. Chissà perché l’immagine della chef che guida il furgoncino, veloce, con i sacchetti di carta con la cena,  mi pare a tratti buffa e a tratti tenera.  




E come dal sacchetto di Mary Poppins, escono le caramelle al salmone e ginger,  gli spaghetti nel vasetto con cozze e bottarga, ancora caldi e abbondanti, perché alla tenda Rossa non c’è solo il bello e il buono in un piatto, ma anche la sostanza, e di questo ve ne siamo grati.  E poi ancora uno spiedino di quaglia e verdure e un wafer di cioccolata piccante. Puoi cenare sdraiato sui cuscini, oppure su un puff in pelle, su sedie decò o su un elegante divanetto e osservare le luci delle case che si accendono e si spengono come in un presepe. Nel dopocena puoi osare con un  sigaro toscano abbinato ad una grappa elevata in legno.
E ditemi se tutto questo non è fico.
Ovvio che occorre prenotare, sennò rischiate di fare il viaggio a vuoto. Sbrigatevi perché avete tempo solo fino ad agosto
info@latendarossa.it
055826132

domenica 3 luglio 2016

STAGISTI IN CUCINA

In questo mese di prima linea in compagnia di Paolo e Andrea, ho riprovato l’adrenalina del servizio e quel piacere che si prova pranzo dopo pranzo, cena dopo cena, quando la fatica e la tensione se ne vanno, per lasciare spazio alla soddisfazione che un lavoro portato a termine ti lascia.
Come in ogni esperienza di lavoro ho imparato, ho vissuto e ho conosciuto una realtà che finora mi era estranea: quella del tirocinio. E una brigata costituita per lo più da stagisti un po’ svogliati e a tratti fancazzisti, mi ha fatto sia ridere che ingrossare il fegato. Spesso mi ha portato a fare delle serie e profonde parti di merda a ragazzini parecchio più alti di me. 
A fronte di questi 30 giorni di convivenza posso stilare anche io la mia classifica:
Stagisti le 7 cose da sapere.

1.   lo stage è un momento importante di formazione, sei sul pezzo, osservi, fai domande. La domanda più frequente che mi è stata posta?
“Ora non c’è neanche una comanda, posso andare a fumare?”

2. esiste un solo orario da rispettare, quello del fine turno. La puntualità è un optional quando si entra in servizio. A volte non ci si presenta proprio al lavoro, avendo cura di non avvertire, sennò troppo facile. Le cause più frequenti: il ciclo, la festa sotto casa, se sono nervoso lavoro male.

3. L’importanza dell’attestato del VaccaACCP= Vacca boia che seccatura sanificare la postazione dopo ogni servizio. Nei casi peggiori, come pulizia dell’affettatrice o dei frigoriferi si passa al VaffaACCP

4. lo stagista che ha tempo aspetti di perderlo trafficando al cellulare o suonando bonghi e tamburi fatti con culi di padelle e mestoli. Senti, ma se invece di suonare ti preparassi la linea? “Ma tanto c’ho tempo, lo posso fare dopo”.
Dopo, ovvero durante il servizio d’assalto, amico stai sulla linea, si, ma quella gotica.

5.   le dimensioni delle verdure a cubetti. Un centimetro è la centesima parte del metro, non un concetto liberamente interpretabile che spazia dalle dimensioni di traversine ferroviarie ai granelli di sabbia. E non mi rispondere che tanto è uguale, perché mi viene il sospetto che tu, stagista quasi maggiorenne, non sappia fare manco una macedonia.

6. lo stagista ama la pellicola. Metri e metri di pellicola consumati per soffocare quei poveri salumi, che nemmeno per avvolgere Laura Palmer in Twin Peaks. Tesoro basta che copri la parte tagliata, non importa che gli fai fare due giri in orizzontale, tre in verticale e sedici in trasversale. E’ un prosciutto e tu non sei Christo.. “Ma sennò si secca”. Ti è giunta voce che ha stagionato per 24 mesi all’aria, senza un centimetro di Domopak?

7. La ricetta autogestita. Porta a casi come la maionese stratificata: uovo sotto, olio sopra e nel mezzo tanti “bruscoli”..o il tentativo di addensare la besciamella senza passare dal fuoco. E gira e gira con quella frusta, forse è sempre lì a girare e sfidare le leggi degli amidi.


Ci sono stati anche stagisti bravi (uno per la precisione, ma il plurale mi fa suonare meglio la frase), che si sono impegnati e che sono stati giustamente premiati con un lavoro, appena conclusa questa esperienza con noi. E’ successo davvero e ne sono felice. In bocca al lupo!

sabato 28 maggio 2016

AI UIL SURVIVE

Oggi digressione in questo blog di bevute, uscite, mangiate e amori fallimentari.
Ho appena acquistato due giacche per la cucina e anche un cappello abbinato. Il tessuto è quello che asciuga con un colpo di tosse e che non si stira: ho fatto un affare. E provo quel piacere dato dalla soddisfazione che deriva da un buon acquisto. La commessa mi chiede dove voglio far ricamare il nome: lato destro o lato cuore?
Cuore ovvio, e bordeaux, che mi si intona col rigo della cuffia. Grazie arrivederci.
Arrivederci un corno
Per farsi ricamare il nome c’è un modulo intero da riempire: Bordeaux, rosso bruno o vinaccia? Dobbiamo essere precisi. Quale carattere? Corsivo va bene. Corsivo come? Devo sfogliare le pagine di un raccoglitore con decine di font diversi
 Chef Nome Cognome
Chef Nome Cognome
 Chef Nome Cognome
Il nome lo vuole su una sola riga o diviso su due? Boh non  saprei. Dipende se lo vuole scritto grande oppure piccolo; a che altezza? Ha una preferenza per il tipo di ricamo? No guardi lasci stare me lo scrivo con l’Uniposca.
Mi scusi per tutte queste domande, “Sa meglio essere precisi”, perché i cuochi sono peggio delle modelle, dice.
Salgo in macchina felice di avere preso tutte queste decisioni fondamentali per il ricamo del mio nome. Percorro pochi metri e avverto un rumore sinistro, ma proprio brutto brutto. Rallento e il rumore non accenna a diminuire. Non so di cosa si tratti, so solo che viene dalla parte anteriore della macchina, dove mi pare ci stia anche il motore.. Cerco un posto dove accostare. No, lì c’è un incrocio, meglio di no; vado un po’ più avanti, ma ci sono le strisce, no via sabri prova più avanti.
Ma la macchina si ferma da sola, in mezzo alla strada, togliendomi dall’impiccio del dove accostare. Ecco, ora si che sono nel concio, in un grande, gigantesco corno letame. Via Villamagna, prossimità del Ponte a Verrazzano. Ore 18.30 di mercoledì. L’ingorgo che ne deriva è colossale, il concerto di clacson ancora di più.
Toda joia toda beleza
Scendo dalla macchina per prendere il triangolo nel bagagliaio, il che mi vale subito alcuni apprezzamenti cordiali come un mignolo stiacciato nella porta:
Mettici la benzina!, mentre: Vai coll’autobus! è il simpatico consiglio di un vecchietto su una Jimmy argentata.
Posiziono il triangolo sulla strada  a segnalare il guasto; per i più è il segnale di pericolo di femmina impedita e automunita. Non faccio in tempo a sistemarlo che subito me lo tritano, ci passano sopra, polverizzano il triangolo. E poi la demente sarei io..
At fisrt I was afraid
I was petrified
Kept thinking I could never stay alive in via Villamagna..
Nell’attesa del carro attrezzi passano 45 interminabili minuti, in mezzo alla strada con quel che resta del triangolo catarifrangente.. Ai uil survive
Ho tutta l’attenzione su di me, non sono mai stata guardata tanto in tutta la mia vita. Sguardi di odio di automobilisti inferociti, che a quell’ora sono più agguerriti di sempre. Escono dal lavoro e vogliono arrivare a casa, in palestra, ovunque purché lontano dal lavoro o da una giornata di guano, pronti a distruggere qualunque ostacolo si presenti sul loro cammino cittadino.
Ci sono alcuni ciclisti che addirittura si fermano sul marciapiede a curiosare
Oh ma non c’avete un affare vostro, uno che sia uno, a cui pensare?

Niente stanno lì a guardare, non mi chiedono nulla, guardano e basta. E quando arriva il carro attrezzi applaudono.

martedì 24 maggio 2016

BOLLICINA TRADITRICE


Liberamente ispirato a fatti realmente accaduti ad altri



“Senti ma tu lo bevi lo champagne?”
O che domanda è questa? Lo chiedi a un morto se ha smesso di respirare? Eccerto che lo bevo
E si fa aprire Jacquesson 738. “Senti io lo champagne lo bevo caldo ti va bene?”
Come sarebbe caldo?? Ecco lo sapevo, non poteva essere tutto per il verso, sennò col cavolo che stava seduto al tavolo con me. Le magagne non si fanno mai attendere, neanche il tempo di una bevuta.
Faccio cenno di no. Ha ordinato il 738 e vuoi pure che mi metta a questionare.
In realtà lo champagne arriva freddo, solo che lui non vuole la glacette, tutto qui. E poteva dirlo subito! che a momenti ci resto secca all’idea di bere bolle preziose a temperatura ambiente in questa serata calda quasi estiva.
Parla, parla molto e beve. E io lo seguo, che altro posso fare? Solo che va veloce, pare un keniano a corsa, e un gli sto dietro.
“Visto che questo non ti è piaciuto ne ordiniamo un altro”. E con questa scusa si versa l’ultimo bicchiere
“Veramente mi piaceva e parecchio”, ma mi piace anche il Laurent-Perrier che segue. Vatti a lamentare se la serata va in questa direzione, ovvero verso Reims.
“Senti io direi di mangiare anche qualcosa, m’è venuta fame e a te?”
A me mi s’è aperta direttamente la faglia di Santandrea al posto dello stomaco.. vabbé non gli ho detto proprio così, che mi pareva brutto.
Mangiamo e parliamo, soprattutto lui, ma faccio fatica a sentirlo. Parla con un tono di voce basso, o forse sono io che ormai non capisco più una sega. Ecco se c’è una cosa da non fare quando si esce con un maschio potenzialmente capace di intendere e di volere è ritrovarsi alticce. Anche se a me l’aggettivo non calza proprio, diciamo perciò sbronza. Perché finisce in due modi: stesa (a dormire), o piegata a 90 (a vomitare).
Se si presenta una terza possibilità 9 volte su 10 non te la ricordi e quindi è come se non fosse successa.  Quindi mettila come vuoi finisce male.
Poi succede un Loupiac, e un secondo bicchiere succede al primo e poi succede un taxi che mi riporta a casa barcollante e sola.


sabato 21 maggio 2016

ORZO E BANDABARDO'

La Marta ha la sua teoria: il sabato sera si esce perché escono tutti.
“Mhm” rispondo contrariata al telefono
“Si ok tranne voi ristoratori unti e con le occhiaie scavate che ci potete appoggiare il mestolo, che state a bollire per far divertire noi terremotati mentali”
“Quindi? arriva al sodo..”
“Quindi dal momento che hai chiuso il ristorante, se stai in casa di sabato sera o sei malata o sei parecchio impegnata in altre faccende”
Eccola lì dove voleva arrivare..mi guardo i piedi con i calzini celesti che spuntano appena dalle ciabattine sanitarie e penso che conciata così le uniche faccende praticabili sarebbero quelle domestiche. Ma no, quelle si fanno di mattina, mi dico, tanto per fugare ogni possibilità di granata e mocio alla mano. Poi mi ingoio due barbiturici con la candeggina e vo a letto. Per lo meno troveranno casa pulita.
Voglio far rosicare la Marta un po’
“Be’ in effetti hai ragione, ho da fare, ti devo lasciare” e riaggancio
Pochi secondi dopo dlin dlon, il telefono si illumina. E’ sempre lei con un messaggio di cui non riporto il testo per creanza, diciamo che il contenuto, riassunto, sta a metà tra: divertiti my friend e si può sapere con chi sei zoccola?
Forse più la seconda rileggendolo bene.
Siamo io e una playlist della Bandabardò. Oggi non lavoro, oggi non mi vesto, resto nudo e manifesto.  Sono fuori dal coro..
Io, loro, e un pentolino di acqua che bolle: mi sto preparando un orzo. Ma non glielo dirò mai alla Marta, capace che piomba su con una borsa piena dei suoi vestiti ascellari da farmi indossare con la forza per farmi uscire. Solo che i suoi vestiti mini per me sono abiti con lo strascico, per cui non ce li scambiamo mai i vestiti. Ho perso il filo, dunque dicevo l’orzo, meno stress e più farfalle.
Tanto per chiarire, l’orzo lo bevo (a volte) la sera al posto del caffè, ma quando sono da sola, per evitare prese di culo varie ed eventuali. Non so perché la gente ce l’abbia con l’orzo e con quelli che lo bevono. L’ultima volta m’hanno detto che bere l’orzo è come scaccolarsi col guanto da forno. Ci sono rimasta parecchio male ecco. Soprattutto perché il discorso non si è esaurito lì, ma è proseguito con delucidazioni sull'ars scaccolandi a mani nude, il dito indice e l'unghia che aggancia pezzi di aspirapolvere, mulini a vento e resti di Otzi. Per qualche giorno ho bevuto solo latte di mucca. Un altro orzo pomeridiano in un bar del centro mi valse una frase tipo: tu che prendi? per me un orzo. Un orzo?! ma io con quelle che bevono l'orzo non ci esco per principio. Infatti dopo un po' abbiamo smesso di vederci, vuoi per l'orzo, ma anche per altri piccoli particolari.
Non basta. Uso orzo liofilizzato, insomma l’Orzo Bimbo, che da quando non c ha più il bambino lentigginoso stampato sulla confezione, mi pare ancora più amaro. E non c'è nemmeno lo scuolabus giallo che attraversava i campi d’orzo di  Galliano per portare bambini a scuola a Barberino di Mugello. Bambini iperfelici che avevano fatto colazione con l'orzo solubile. Correvano gli anni 80, eravamo tutti più felici, soprattutto nelle pubblicità. E l’orzo solubile sembrava anche dolce, a volte pure buono. Per chi non si ricorda lo spot eccolo.
Allora perché lo bevo? Credo che a fregarmi sia quella schiuma compatta e ambrata che si forma solo se lo hai sciolto bene senza che compaiano i grumi. Ricorda la schiuma di un cappuccino, o quella densa e morbida di una stout, ma è solo un ricordo, che svanisce all’istante, quando al schiuma ti arriva alle labbra. Niente freschezza dissetante, né aromi d’orzo tostato  e credo si siano persi anche eventuali poteri digestivi. La bevanda è piuttosto acida, con forte aroma di bruciacchiato e amara. Ma è calda e mi fa compagnia a lungo nella tazza. E poi nelle sere di solitudine domestica, vestita come il mago Galbusera, qualunque bere sarebbe amaro, tanto vale andarci di orzo ad effetto nocebo. Tanto la prossima canzone è Beppeanna. E attenziò, concentraziò, ritmo e vitalità

mercoledì 18 maggio 2016

SATURDAY MARATHON: RECOVERY TIPS&DRINKS

“Passo a prenderti al negozio quando chiudi, così prima di andare ci facciamo un gin tonic”.
“Dai sbrighiamoci l’Aurora è già in piazza Beccaria che ci aspetta”.
“Ma tu la vedi?”
“ No, eppure dice che era già qui ad aspettarci”
All’angolo c’è una tipa ferma, ma da lontano pare troppo in tiro per essere..
 l’Aurora!!! Noooo è proprio lei!! Tra tacco e plateau c’avrà 20 cm di artiglieria ai piedi, ha ankle boots più alti delle mie mary jane con cinturino, che altrimenti le perdo. Quei centimetri però servirebbero più a me che a lei. Parecchio di più.
Siamo incredule, raro vederla così agghindata
“Ehi guarda come ondeggia coi fianchi!”
“Sta ritta pe’ l’appunto tu vorrai dire, però guarda che gamba slanciata, serata topografica eh?”
“Secondo te ci arriva in Santo Spirito con quegli arnesi? Dipende da quante soste facciamo prima..”
Eh già il problema delle soste lungo il percorso è sempre annoso il sabato. E il problema non è certo la sosta della macchina in centro. Mi costringono a un parcheggio talmente ignorante che mi varrebbe una congrua pensione all’INPS se solo chiedessi l’invalidità mentale
“Ehi ciao come stai?!! Ragazze guardate chi c’è!!” l’Aurora si sbraccia a salutare un tipo con un occhio gonfio. Neanche 50 metri a piedi e già la prima sosta che tradotto vuol dire la prima bevuta, anzi la seconda se si considera il gin tonificante.
“Cosa? state andando a fare un aperitivo a quest’ora? Ma sono già passate le nove..” esclama il tipo sfottendoci
“Sai coi tacchi camminiamo piano..”
E inizia col dire che a quest’ora in quel posto là avranno già finito il buffet, in quell’altro non troveremo posto e da Mario il sabato ci sono solo ragazzini.
Oh ma chi è questo, il vice di Dio che sa tutto e ci predice la serata?
“Ragazzini?” O che siamo le grannies col tremito alle mani e gli occhiali con la catenella che sennò un si trovano se un ci si legano al collo? “Via andiamo, che tra un po’ da Mario arrivano i genitori  a portarsi a casa i ragazzini” sbotto. Scoliamo il Camossi brut offerto dall’inviato del Signore, che gli vale qualche punto in simpatia, ma sempre pochi per via dei ragazzini.
Il percorso che ci conduce verso Santo Spirito è lungo e irto di avversità. Il problema è che se uno nasce con tare fisiche e si sforza di stare ad altezza uomo, attraverso una crescita artificiale fatta di tacchi, zeppe e carrarmati, rischia la vita ogni volta che cammina per le viuzze del centro. E  di tutto questo Dio se ne frega, la scienza se ne frega, e pure il comune di Firenze se ne frega.
E poi mi dicono che sono nervosa.
La maratona sabatina prosegue, con sosta al punto di ristoro 3.

“Dai sediamoci ai tavoli fuori perché abbiamo i tacchi”. Si lo so che ve lo state domandando; me lo sono domandato anche io. Poi ho pensato che mi andava bene così… ubriaco canta amore alle persiane. Senza senso, ma con i tacchi.
La Marta sfoglia la carta dei vini, “hanno un sacco di vecchie annate, dai vi va qualcosa degli anni 70?”
“direi di no, bastiamo già noi di quell’epoca.. restiamo nel terzo millennio almeno stasera”.
“Parli di vini o di ragazzini?”
Stronze.
Mi criticano, “una bottiglia senza neanche un po’ di fondo?.. ma che bere eh?”
Ma il giovin barbaresco si rivela una bella bevuta, condivisa fino all’ultimo goccio, senza fondata.
La serata non è ancora finita..ci attende il secret bar. Punto di ristoro 4. Sempre che ci s’arrivi.
L'anello della maratona si considera concluso al ritrovo della macchina. L'arrivo è in salita.



lunedì 11 aprile 2016

APPETITI ESTREMI PER LO SLOW FOOD DAY

Il 16 aprile si celebra la sesta edizione dello Slow Food Day.
E guarda caso è a Villa a Sesta che anche noi partecipiamo ai festeggiamenti, che quest'anno coincidono anche con i 30 anni di Slow Food Italia.
I grandi eventi si celebrano a tavola, e per l'occasione proponiamo un intero menu tratto dalle ricette di Appetiti Estremi. Ingredienti del nostro territorio, tra Firenze e Siena cucinati dalla sottoscritta, Alberto Lorenzini e Stefania Pianigiani, che per l'occasione sveste la tuta di giardiniera per darsi alla cucina. Il tutto sarà possibile grazie al prezioso aiuto dei volontari della condotta Slow Food Siena che ci ospita.
Vi aspettiamo per una grande festa insieme.
Prima della cena qualche lettura tratta dal librino rosso, così per rompere il ghiaccio!



sabato 9 aprile 2016

IMPARA L'ARTE E ..USALA

Ho invitato la Marta a cena da me. Anzi non è esatto. E’ lei che si è autoinvitata, con l’idea di cucinare insieme. Ha detto che vuole migliorare le sue prestazioni ai fornelli che al momento si assestano sull’uovo al padellino, che però le esce ancora col “moccio” sul tuorlo e qualche torta salata quando è necessario pulire il frigo dai mostri. E’ molto brava anche a cuocere i cubetti di spinaci surgelati nel microonde: 2 minuti massima potenza. Poi giro di olio, sale e limone e tac pronti. E toc te li mangi te, io senza il burro non mi metto nemmeno a sedere.
“Sabri si fa da te, tanto tu hai tutto”
“perché tu non ce l’hai una pentola e uno scolapasta?”
“si ma poi tu mi chiedi una frusta, e un coltello..quello lì come si chiama..”
“un normale trinciante.. “
“è si proprio quello, mai io..”
“si vai vieni da me”
Con la Marta meglio iniziare dai fondamentali: vai col pomodoro. E i fondamentali sono gli spaghetti e le uova al pomodoro. Senza se e senza ma.
Su caprese e panzanella si può essere autodidatti. Altrimenti fate l’uncinetto, le cornici con la pasta al sale, il decoupage, il bungee jumping, ma rimettete quel pomodoro in frigorifero per carità, per il bene vostro e di  tutti i vostri cari.
“tieni mettiti il grembiule”
“mi sento ridicola con questo coso e poi io non mi sporco”
Certo che non si sporca, non cucina.
Si comincia: l’olio, l’aglio, camicia o non camicia, “lascialo vestito per il momento, hai tutto il tempo per spogliarlo e bruciarlo”. Poi i pelati, li schiaccia con la forchetta e ops si macchia la manica del vestitino beige.
Il mio viso si illumina di un ghigno sardonico: “eheheh!! Ecco l’importanza di un grembiule e di un coltello trinciante”
Si siede sullo sgabello con l’aria triste, poggia la forchetta sul tavolo e si lecca il pomodoro sulla manica del vestito
Dio quanto è impedita, penso, ma quanto è sexy in questo gesto di bambina sconsolata. La abbraccio.
A momenti piange e confessa: “Sabri ho fatto una figura di merda”
“ma dai cosa vuoi che sia, tu sei ossessionata dalle brutte figure”
“Sabri tu non capisci, ero con lui..”
 Cerco di consolarla, “oggi la figura di merda è l’avanguardia nell’arte di rimorchiare”
“sei sicura?”
“diamine si, pensa alla TV. Vuoi essere famoso? Vai in tv e fatti una bella figura di merda e il gioco è fatto. Ma si può sapere che hai combinato?”
 “sabri l’ho invitato a cena da me sabato scorso”
“oh cazz..altro che figura di merda, ma sei scema? Avresti potuto intossicarlo”
Metto le uova al pomodoro sulla tavola, taglio del pane e ce le mangiamo direttamente nella padella, senza neanche le forchette, ramazzando col pane.

Questa è l’intimità vera. Ecco, nell’arte di rimorchiare ci metterei anche la ricetta delle uova al pomodoro.